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Gente di calcio

Storie, ministorie e controstorie nelle pieghe della storia del pallone

Inglesi castigati dagli americani (veri e presunti)

Pubblicato su 6 Novembre 2017 da Stefano Affolti

Joe Gaetjens portato in trionfo a fine gara

La madre di tutte le sorprese è Usa-Inghilterra 1-0, partita shock del primo Mondiale del dopoguerra: il giorno in cui cade rovinosamente il mito degli invincibili inventori del calcio. La data è il 29 giugno 1950, il luogo Belo Horizonte, Brasile. Il pronostico è scontato: i maestri inglesi, all'esordio iridato dopo vent'anni di splendido isolamento, sono i favoriti per la vittoria finale, dati 3-1 dai bookmakers; gli yankee, sconosciuti semiprofessionisti, hanno perso - in modo spesso imbarazzante - ben 18 delle 25 partite ufficiali disputate negli ultimi quattro lustri e partono a fari spenti, gratificati della strabiliante quota di 500-1.

Per arrivare al Mundial agli americani è bastato battere 5-2 Cuba nell'ultima gara di un triangolare dominato dal Messico. Sono quasi tutti di St. Louis e di Pittsburgh, lavoratori che giocano nei ritagli di tempo, pure con storie personali bizzarre.

Amatori. Il portiere Frank Borghi fa l'autista di carri funebri per l'impresa dello zio ed è un ex giocatore di baseball, ruolo catcher, cresciuto sul diamante con le leggende Yogi Berra e Joe Garagiola: quando para di solito rilancia con le mani, alla stregua del "batti e corri". Il terzino destro Harry Keough fa il postino, l'attaccante John Souza l'operaio tessile. Il mediano-mastino Charlie Colombo ha il vezzo di giocare sempre con i guanti, qualunque sia il clima. Un altro italiano è Frank Wallace: nato Valicenti, s'è americanizzato il cognome da adolescente.

Il capitano di lungo corso Walter Bahr insegna in una high school di Philadelphia: per andare in Brasile prende le ferie e rinuncia a un mese di stipendio. Ha doti tecniche notevoli: dopo un'amichevole con la Scozia, nel 1949, l'inviato di un giornale di Glasgow scrive di lui che "potrebbe tranquillamente giocare in qualsiasi squadra britannica di prima divisione". Praticamente una laurea ad honorem.

C'è spazio anche per il risvolto romantico: l'estroso attaccante Gino Pariani è letteralmente in viaggio di nozze. Impiegato in una lavanderia, ha già fissato il matrimonio tre giorni prima della partenza per il Mundial. Gli arriva l'inattesa convocazione e lui che fa? Si sposa e poi s'imbarca con la moglie Janet, che condivide la scelta e lo accompagna in un'inedita luna di miele calcistica.

Melting pot. Ci sono anche degli stranieri, generosamente naturalizzati in virtù delle doti pedatorie. Il regolamento dell'epoca lo consente, alla comoda condizione di dichiarare di voler prendere la cittadinanza in futuro. Il più coerente è il terzino sinistro Joe Maca, nato a Bruxelles e già avversario degli inglesi con la nazionale belga nel 1945: diventerà americano a tutti gli effetti nel 1957. Gli altri "acquisiti" bleffano e non regolarizzeranno mai la loro posizione. Il difensore centrale Ed McIlvenny si tiene stretta la nazionalità scozzese: prima e dopo il Mundial gioca in Scozia, Inghilterra, Galles e Irlanda da professionista. In quel periodo, saputo che si trova a Philadelphia dalla sorella, i tecnici americani lo arruolano: e, viste le sue radici, per la partita con gli inglesi gli danno pure la fascia di capitano.

Anche l'uomo che quel giorno scrive la storia in realtà è straniero: si chiama Joe Gaetjens, è di stirpe tedesca e di padre belga ed è nato ad Haiti. Gioca a New York, studia alla Columbia University e per mantenersi fa il lavapiatti. Neppure il ct è un americano doc: si chiama Bill Jeffrey, è un meccanico scozzese trapiantato in Pennsylvania. E c'è un assente eccellente: il titolare fisso Ben McLaughlin, che resta a casa poiché il suo datore di lavoro non gli concede il permesso.

I giocatori americani si conoscono a malapena, non si allenano mai insieme e giocano rare partite internazionali. I test premondiali sono modesti. Gli Usa perdono 5-0 col Besiktas Istanbul e poi solo 1-0 contro una selezione britannica in tournée in Nordamerica. Dopo questa gara sir Stanley Rous, segretario della Football Association e futuro presidente della Fifa, dice loro con un filo di insolita arroganza: "Quando sarete in Brasile e vi troverete di fronte l'Inghilterra, allora capirete cos'è veramente il calcio".

Davide e Golia. Il Mundial inizia da copione: Spagna-Usa 3-1 e Inghilterra-Cile 2-0. Gli statunitensi crollano nel finale dopo aver tenuto fino all'80' il golletto di vantaggio firmato da Pariani. Gli inglesi sono i principali favoriti per il titolo insieme al Brasile, ma sul piano del gioco deludono. Nell'attesa della seconda gara l'unico dubbio è sui gol di scarto. Jeffrey dichiara candidamente alla stampa: "Non abbiamo chances, siamo come pecore che vanno alla tosatura". Borghi ammette di sperare "di prendere al massimo quattro-cinque gol". Sull'altro fronte il Daily Express butta lì che "per rendere interessante la sfida bisognerebbe dare agli americani tre gol di vantaggio".

La comitiva inglese arriva a Belo Horizonte tre giorni prima del match, alloggia in un albergo di lusso e si gode il bagno di folla dei compatrioti emigrati laggiù per sgobbare nelle miniere. Gli Usa giungono in città alla vigilia e non riescono neppure a svolgere la rifinitura. Il ct britannico Winterbottom lascia fuori il suo uomo di punta, la leggenda sir Stanley Matthews: è arrivato in ritardo in Brasile e viene risparmiato per la terza gara con la Spagna, ritenuta decisiva per passare al girone finale.

L'incipit del confronto, diretto dall'italiano Generoso Dattilo e partecipato da 20mila spettatori (le cronache snocciolano: mille immigrati inglesi, gli altri brasiliani), conferma le previsioni e annuncia il diluvio: gli inglesi assediano l'area avversaria, l'eroe della giornata è Borghi che fa gli straordinari, e dove non arriva trova l'aiuto dei pali. Di palla gol sprecata in palla gol sprecata, il bunker regge e il pubblico neutrale prende a tifare per gli sfavoritissimi americani.

Si arriva così al 37', quando un rilancio del capitano di giornata McIlvenny trova il capitano vero Bahr pronto sulla trequarti: il veterano fa due passi e lascia partire un tiro teso che, all'altezza del dischetto, viene deviato di testa dal centravanti Gaetjens proteso in tuffo. La palla viaggia verso l'angolo opposto e l'estremo inglese Williams, spiazzato, non può far nulla. "Mi assegnarono l'assist, ma furono generosi - ha raccontato in seguito Bahr - Non volevo crossare: il mio era un tiro in porta, anche buono".

Gli inglesi, storditi, tardano a reagire. Nella ripresa non trovano più il bandolo del gioco: unico sussulto, la punizione dal limite calciata all'82' da Mullen - concessa per il placcaggio del rude Colombo ai danni di Mortensen - e neutralizzata da un Borghi in giornata di grazia. Anzi, allo scadere Wallace in solitario contropiede manca il possibile bis.

Epilogo. Al fischio finale il pubblico brasiliano sciama in campo e porta in trionfo gli statunitensi. Negli spogliatoi c'è chi va a cercare Rous per ricordargli l'incauta sparata, ma il vecchio marpione se l'è già svignata allibito. Sia in Inghilterra che negli Usa i destinatari dei dispacci telegrafici pensano a un errore di battitura: appurata la verità, esplodono gli opposti stati d'animo.

"Non ci potevo credere - ha ricordato poi il leader della federazione americana Joe Barriskill, rimasto a casa - quando mi dissero che avevamo vinto 1-0 esclamai: chi diavolo volete prendere in giro? Feci un giro di telefonate, quando capii che era vero credo di aver perso la testa".

"Il top è vincere giocando bene, noi di sicuro non mettemmo sotto gli inglesi - chiosa Bahr - Fu una di quelle partite in cui la squadra migliore non vince, e ne fummo orgogliosi. L'avessimo giocata cento volte, le altre 99 avrebbero vinto loro. Non fu un colpo di fortuna, però: il calcio vero è così, la palla può rimbalzare in ogni maniera": dedicato a Rous.

Il dopo. L'Inghilterra perde anche con la Spagna e torna mestamente a casa, altro che imbattibile. Non indosserà più la divisa blu scelta quel giorno a Belo Horizonte. Tra i membri della spedizione c'è Alf Ramsey, terzino destro titolare, che nel 1966 da ct porterà i tre leoni all'unico titolo della loro storia. Gli Usa non si ripetono: le buscano 5-2 dal Cile nella canicola di Recife e al ritorno a casa vengono totalmente ignorati, in barba all'impresa straordinaria appena compiuta.

Il match winner, Gaetjens, è atteso da un destino crudele. Si trasferisce in Francia, gioca per il Racing Parigi e l'Ales, e poi torna nella natìa Haiti: morirà nel 1963, rapito, torturato, imprigionato e fatto fuori dai Tonton Macoutes, gli sgherri senza scrupoli del dittatore Duvalier. Lo eliminano in quanto esponente di una famiglia che da sempre si oppone al regime.

Nel 1996 il miracle on green rivive nel libro "The game of their lives": scritto dal giornalista e professore universitario Geoffrey Douglas, nove anni dopo diventa un film per la regia di David Anspaugh.

Guarda il racconto di Harry Keough

Guarda un rarissimo filmato di Usa-Inghilterra 1-0

Guarda un filmato su Joe Gaetjens

Guarda le immagini di Cile-Usa 5-2

Guarda il film "The game of their lives" ispirato alla partita

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