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Il digiuno del piccolo Tasmania al tavolo dei grandi

Il Tasmania Berlino 1965/66, ultimissimo nell'unica Bundesliga della sua storia
Il Tasmania Berlino 1965/66, ultimissimo nell'unica Bundesliga della sua storia

Nell'estate del 1965 la Federcalcio tedesca ha un grosso e inedito problema. L'Hertha, storico club di Berlino Ovest, viene retrocesso d'ufficio nei campionati dilettantistici per uno scandalo di fondi neri: ma in piena guerra fredda è fondamentale che la Bundesliga tocchi l'ex capitale divisa dal muro. Così le autorità calcistiche invitano le società minori berlinesi a scalare le categorie dalla sera alla mattina.

Rifiutano cortesemente le prime due dell'ultima Regionalliga, Tennis Borussia e Spandau, consapevoli del salto esagerato. Accetta la terza: è il Tasmania, fondato nel 1900 in una birreria del quartiere di Neukolln da un manipolo di marinai, ha bandiera e colori della Grecia e si chiama così perché il simbolo è il diavolo di Tasmania, animale tipico delle latitudini australi che i creatori sognano di navigare. Dilettantismo puro: soldi pochi, allenamenti nei ritagli di tempo lasciati da lavoro e famiglia. L'entusiasmo trascina la dirigenza, che si tuffa alla cieca nell'avventura senza soppesarne le difficoltà.

La Dfb ripesca pure le retrocesse Schalke 04 e Karlsruhe, che la incalzano desiderando il posto dell'Hertha, e porta il torneo a 18 squadre. Tutto questo accade a fine luglio, quando mancano appena due settimane al via del campionato. I calciatori del Tasmania sono in vacanza in giro per l'Europa: il terzino e capitano Hans-Gunther Becker è al mare, il portiere Klaus Basikow si trova in camper sul lago di Garda, altri sono addirittura in Spagna. Un avviso speciale diffuso urbi et orbi da Radio Germania e Radio Lussemburgo li chiama a raccolta: tornano tutti precipitosamente a casa. L'ultimo, Helmut Fiebach, viene avvisato dai gendarmi austriaci, che lo trovano spaparanzato in un campeggio.

La società cerca di colmare il prevedibile gap tecnico con qualche acquisto in extremis. Quello più di grido è Horst Szymaniak, ex nazionale ormai trentenne, reduce dall'esperienza italiana (Catania, Inter, Varese). Gli "indigeni" prendono accordi coi datori di lavoro: qualcuno ottiene rimodulazioni e riduzioni d'orario, i più fortunati - generalmente dipendenti pubblici - prendono un'aspettativa per dedicarsi solo al pallone. Capitan Becker, che intuisce a cosa si va incontro, concorda con il club stipendi decenti e premi partita bassi. Mancano persino le strutture: il Tasmania non dispone di un campo illuminato per gli allenamenti, così nel precoce crepuscolo invernale bisogna colorare di bianco il pallone di cuoio per riuscire a distinguerlo dal terreno di ghiaia, anch'esso scuro.

Non c'è tempo per fare la preparazione precampionato: nel pomeriggio del 14 agosto 1965, all'Olympiastadion esaurito (81mila spettatori), i signori nessuno del Tasmania, fin lì abituati a un trantran anonimo e alle quattromila anime del loro stadiolo di periferia, debuttano in Bundesliga. E lo fanno col botto: 2-0 al Karlsruhe, doppietta nella ripresa del prodotto del vivaio Wulf-Ingo Usbeck, soprannominato Ringo per somiglianza e assonanza col batterista dei Beatles, uno dei pochi under 30 del gruppo. I rivali di giornata, però, sono più o meno nelle stesse condizioni: ripescati in extremis e senza benzina estiva nelle gambe.

La musica cambia già al secondo round: sconfitta 5-0 a Moenchengladbach, col Borussia dei talenti Netzer e Heynckes. Comincia così una lunga serie di clamorosi rovesci: serve spesso il pallottoliere. Il Tasmania ne busca 9 dal Meidericher (rimane ancor oggi la peggior sconfitta casalinga di sempre in Bundesliga), 7 a Norimberga, 6 dal Colonia, 5 da Monaco 1860, Amburgo, Hannover, Werder. Cambiare allenatore a novembre non giova: chiude la stagione con appena 8 punti su 68, frutto di due vittorie (quella inaugurale e il 2-1 sul Neunkirchen alla penultima giornata) e quattro pareggi, stabilisce una serie tuttora insuperata di primati negativi (tra cui i 15 gol fatti e i 108 subiti). Solo il Kaiserslautern non riesce a batterlo: quello 0-0 lucrato in trasferta è l'unico punto esterno della stagione. Insomma, il ballo dura una sola annata, che somiglia più a un'agonia: ovvio che nelle sue pieghe proliferi l'aneddotica.

I diavoli dapprima riempiono l'arena delle imprese di Jesse Owens, però alla lunga vengono abbandonati dal pubblico, che si è avvicinato loro più per patriottismo che per vero tifo. Tasmania-Borussia Moenchengladbach del 15 gennaio 1966 è la partita meno seguita nella storia del campionato tedesco: appena 827 spettatori, briciole nella desolante immensità dell'Olympiastadion deserto. Alla vigilia dell'incontro con il Tasmania, ormai ultimissimo in classifica, il bomber dell'Amburgo Charly Dorfel annuncia ai giornalisti colpi mirabolanti per farne un sol boccone e dare spettacolo. Ma non ha fatto i conti con la sportività del suo capitano e gemello d'attacco, il totem Uwe Seeler: "Vincere va bene, ma senza ridicolizzare l'avversario", ammonisce il nazionale. Finisce solo 4-0, Becker e compagni ringraziano pubblicamente.

In tutto questo, la squadra - compresa presto l'impossibilità di mantenere la categoria e finanche di competere - la prende con filosofia. Nel momento in cui tutta la Germania li deride, i giocatori biancoblù vivono un'avventura molto più grande di loro con ironica levità: agli allenamenti non mancano mai vino e carne alla griglia, che Szymaniak fa arrivare dall'Italia. Al centesimo gol incassato (rigore di Grabowski nel match del 30 aprile 1966 con l'Eintracht Francoforte), i pochi fans rimasti fedeli alla causa celebrano goliardicamente l'evento depositando una corona di fiori agghindata col numero 100 a bordocampo, dietro la porta del Tasmania. I risicati marchi in cassa finiscono anzitempo: l'ultima delle lunghissime trasferte a Ovest, Berlino-Gelsenkirchen e ritorno per un totale di 1.100 chilometri, viene affrontata in giornata in pullman, poiché non ci si può pagare un albergo.

Le testimonianze dei protagonisti di quelli che si sedettero con dieci marchi al tavolo del ristorante da cento sono ricche di spunti riflessione. Il secondo portiere Prosinski: "In quell'anno da professionista ho perso interesse per il calcio. Mi mancava il lavoro, nel tanto tempo libero non sapevo cosa fare". Il capitano Becker: "Era chiaramente una missione suicida, ma l'euforia era troppo grande per non provarci". L'attaccante Jurgen Wahling: "Giocammo in Bundesliga con una squadra amatoriale: non eravamo preparati a un salto così, non avevamo idea di cosa volesse dire. Oggi sarebbe assolutamente improponibile. Szymaniak era tecnicamente di un altro pianeta rispetto a tutti noi, però ormai era in parabola discendente". Il portiere titolare Basikow, per tutti il Gatto di Neukolln, messo presto ko dal mal di schiena dovuto ai ritmi agonistici mai visti prima e sostituito con l'ex estremo dell'Hertha, Rohloff: "Szymaniak era eccezionale, avevamo un buon centrocampo ma ci mancava un attaccante di peso. Già alla seconda partita ci rendemmo conto di non avere chances. Le condizioni erano al limite: al mattino lavoravo in un negozio di articoli sportivi, poi andavo ad allenarmi. E quando pioveva forte l'allenamento consisteva nello spalare il campo dal fango. Ci dicevamo: non saremo la squadra migliore, ma siamo di sicuro la più divertente. E non ci siamo mai negati la birra alla fine di ogni sudata".

Il riassunto perfetto, ancora di Basikow, per dire che sì, tutto considerato ne valse la pena: "Possiamo convivere con la nomea di peggior squadra di sempre. Però siamo orgogliosi: quanti possono dire di aver giocato anche una sola volta in Bundesliga? Almeno abbiamo avuto una certa popolarità".

Ancora adesso, quando qualche squadra sbraca di brutto, i tedeschi la paragonano al Tasmania. Ma chi stesse ghignando troppo sappia che due anni prima, il 24 giugno 1964, i carneadi berlinesi avevano inflitto un secco 3-0 al Bayern Monaco, impedendogli di vincere il girone che decideva le promozioni dalle leghe regionali alla Bundesliga. Era già il Bayern dei debuttanti Maier e Beckenbauer, sarebbe diventato la squadra più forte di Germania, d'Europa e del mondo: eppure s'inchinò ai dilettanti biancoblù. Dunque non ricordate il Tasmania - poi fallito nel 1973, oggi rinato e iscritto alla sesta lega amatoriale - solo per quella pazza stagione di occhi sgranati, sorrisi sardonici e inciampi epocali.

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