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Quel volo di Icaro a Neusiedl

La pagina del Neusiedl sull'album Panini del campionato austriaco 1982/83
La pagina del Neusiedl sull'album Panini del campionato austriaco 1982/83

Fino agli anni Ottanta il calcio austriaco - oggi ridotto ai minimi storici - ha avuto molto da dire a livello mondiale: campioni, allenatori, squadre. E una tradizione partita da lontano, dalla scuola danubiana che dominava negli anni Trenta. Man mano che il football è diventato business, però, la piccola Austria è retrocessa in periferia. E negli ultimi decenni si contano più fallimenti e fusioni, tra club anche storici, che turni passati nelle coppe europee.

L'inizio della fine trent'anni fa, quando si tentò di allargare a 16 squadre una serie A da sempre mignon. Nell'estate del 1982, dopo il Mundial spagnolo - che resterà l'ultima apparizione degna di nota a quei livelli di una nazionale forte del povero Pezzey, di Schachner e Krankl, di Prohaska e Koncilia - la federazione ripesca dal piano inferiore per ristrutturare i campionati. Tra le squadre che se ne giovano c'è il debuttante Neusiedl, fondato nel 1919, espressione calcistica dell'omonimo paese lacuale di 3.500 abitanti nel Burgenland, colori sociali bianco e verde, appena giunto quarto in seconda divisione sotto la guida del tecnico turco Bulent Giz, dopo una repentina scalata dalle leghe regionali. Un blitz che ha terremotato le modeste risorse di cassa: le lunghe trasferte con pernottamenti sono pesanti per un club semidilettantistico.

Le favole, però, si vivono fino in fondo. Partecipare alla serie A è l'evento più incredibile nella storia sportiva della città e dell'intero comprensorio, a vocazione turistica. Un Chievo ante litteram, più o meno. Il presidente è un politico di grido: l'architetto Hans Halbritter, sindaco della città dal 1967 (lo resterà fino al '97, è scomparso a 87 anni nel 2014), poi parlamentare del Burgenland in quota Ovp, storico partito cristiano-sociale di fede conservatrice. In squadra ci sono gli slavi Kikic e Lukic (acquistato dal Sarajevo), lo slovacco Masny (dallo Slovan Bratislava) e il tedesco Bruckhoff (dal Darmstadt). E arriva un nazionale, Josef Sara dall'Austria Vienna. Campagna acquisti tosta: si dà la caccia a uno sponsor, lo si trova nell'industria del caffè Alvorada. L'obiettivo è naturalmente la salvezza: la matricola Neusiedl, allenata dal totem Thomas Parits, chiude l'andata al penultimo posto con soli 6 punti, poi nel ritorno recupera e si salva per due punti. Perde 8-0 con l'Austria Vienna, però piazza la chicca della storica vittoria per 2-1 sulla capolista Rapid Vienna, che si laureerà campione. Il punto più alto nella storia del Neusiedl.

Il secondo anno confermarsi è arduo: le finanze sono ancora esangui, alcuni sponsor hanno ritirato l'appoggio, la squadra viene costruita in economia, non è all'altezza della situazione ed è protagonista di una sfilza di record negativi che tuttora resistono nel libro dei primati dei massimi campionati europei. Il Neusiedl guadagna le imbarazzate e imbarazzanti copertine della stampa sportiva austriaca e straniera per le sue imprese a rovescio: fa il primo punto alla ventesima giornata, 0-0 in casa col Sankt Veit il 31 marzo; lo replica un mese dopo, altro 0-0 interno con l'Admira Wacker; e l'unica vittoria arriva a tavolino, 3-0 sull'Union Wels, che sta pure peggio, visto che si è ritirata dal campionato dopo il giro di boa per dissesto finanziario. Totale 4 punti, ultimissimo posto con la miseria di 10 gol fatti (tre dei quali fantasma) e la bellezza di 102 incassati (tutti reali).

Un bagno di sangue non solo tecnico: all'indomani della stagione-calvario è animata la discussione tra i dirigenti sul da farsi, visti gli ingenti debiti contratti per godersi il volo di Icaro. I sogni hanno un prezzo: dopo due stagioni nell'Olimpo, nell'estate del 1984 il retrocesso Neusiedl rinuncia anche alla serie B e chiede alle autorità calcistiche di ripartire dalla lega regionale del Burgenland. Dove milita tuttora: ma trent'anni dopo, a Neusiedl, tutti i tifosi che c'erano ancora raccontano a figli e nipoti il clamoroso sgambetto al grande Rapid del 7 maggio 1983, testimoniato da seimila spettatori (il doppio della cittadinanza!) e firmato dal centrocampista bosniaco naturalizzato svedese Zoran Lukic al 31' e dall'attaccante Friedrich Csarmann al 70', dopo il momentaneo pareggio del divino Panenka. Immaginate la gioia, tra gli altri, del capitano Robert Lang, onesto difensore, in forza al club biancoverde dal 1968: uno che quel giorno raggiunse la pace dei sensi, perché le aveva viste proprio tutte.

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