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L'agonia della Honved, la squadra sospesa

La grande Honved in allenamento: da sinistra Kocsis, Lorant, Grosics, Babolcsai, Bartfai, Puskas, Rakoczi, Farago, Banyai, Budai, Kalmar, Czibor
La grande Honved in allenamento: da sinistra Kocsis, Lorant, Grosics, Babolcsai, Bartfai, Puskas, Rakoczi, Farago, Banyai, Budai, Kalmar, Czibor

Negli anni '50 ci sono due squadre-mito, il Real Madrid perché vince e la Honved perché dà spettacolo. La Honved di Budapest è l'ambasciatrice della scuola ungherese, che dagli anni '20 insegna tattica ed esprime campioni: è la base su cui il ct Sebes costruisce una nazionale leggendaria, che vince le Olimpiadi del '52, sculaccia per la prima volta gli inglesi a casa loro nel '53 e poi al Mondiale del '54, ancorché consacrarsi definitivamente, viene battuta dai tedeschi in odore di doping, chiudendo nella sfortunata finale di Berna una serie di 32 partite senza sconfitte.

Nel 1949, con l'inizio della dittatura comunista, la Honved (che significa "difensore della patria") da anonima espressione di un quartiere della capitale (Kispest) diventa la squadra dell'esercito. Forza tecnica e potere politico vanno di pari passo: i migliori giocatori del Paese finiscono in maglia rossonera e questo innesca un circolo virtuoso che amplia talento, risultati e fama di uno squadrone che fa parlare di sé in tutto il mondo. In Svizzera, otto undicesimi della grande Ungheria, ribattezzata Aranycsapat ("squadra d'oro"), sono targati Honved.

Nell'autunno del 1956, appena finito e dominato il campionato magiaro che segue l'anno solare, la Honved si trasferisce in Austria, tappa iniziale di una lunga tournée che deve culminare nell'esordio in Coppa dei Campioni, previsto in Spagna contro l'Atletico Bilbao. La Honved gioca l'ultima gara in patria il 21 ottobre e la vince 2-1 col Vasas: è saldamente in testa, le manca un recupero contro i quattro dell'Mtk (ribattezzata Voros Lobogo per volere del regime), quindi non c'è ancora il timbro sull'ennesimo scudetto, che sarebbe il sesto sugli otto campionati disputati dal 1950.

Il 23 ottobre Budapest è scossa da una manifestazione studentesca che presto vira nella contestazione al regime di Rakosi e si estende a tutte le principali città: è l'inizio della rivoluzione, ma in quel momento nessuno può saperlo. La Honved dunque parte serena e si trova oltre frontiera quando, il 4 novembre, il breve governo riformista di Imre Nagy venne rovesciato dall'invasione dell'Armata Rossa in assetto di guerra. La rivoluzione sta abortendo nel sangue e i giocatori, inquadrati come militari, quindi detentori di un ruolo altamente simbolico, devono decidere da che parte stare. In un primo momento scelgono di non rientrare in patria e di prolungare sine die il tour appena iniziato: "Giocheremo dappertutto, in giro per il mondo, finché in Ungheria torni a splendere il sole" è il loro slogan, declinato dal gioiello Ferenc Puskas.

La Honved diviene dunque una squadra nomade e senzatetto: un boccone ghiottissimo per il resto del mondo del calcio. Gioca un po' ovunque, tutti fanno a gara per ospitarla, e con gli incassi di queste seguitissime esibizioni - non ci fosse di mezzo un Paese insanguinato, si potrebbe parlare degli Harlem Globetrotters dell'epoca - finanzia la dolorosa transumanza tra Austria, Italia, Belgio, Portogallo, Spagna e Brasile. In Italia affronta Milan e Roma; in Spagna una mista dei club di Madrid e il Barcellona; in Brasile Flamengo (tre volte), Botafogo e una mista di questi due club. Sempre riempie gli stadi, gli occhi e il cuore, spesso vince. Ogni giorno ascolta alla radio le notizie dall'inferno ungherese: la famiglia di Czibor viene arrestata, altri parenti finiscono nel mirino della polizia politica. Sono uomini con la valigia, rimasti senza patria e colpiti negli affetti dalle vendette trasversali del regime.

Nel mezzo di questo incessante peregrinare da profughi, c'è la Coppa dei Campioni. Il 22 novembre 1956, al San Mames, l'Atletico Bilbao vince 3-2 la gara d'andata. Per il ritorno, dopo estenuanti trattative, si sceglie il campo neutro: la Honved, sconvolta nell'animo dagli eventi, non vuole tornare a Budapest e allora si gioca a Bruxelles il 20 dicembre. All'Heysel cala la nebbia e pochi fortunati riescono a vedere un 3-3 epocale: la Honved resta in dieci per l'infortunio del portiere, tra i pali si adatta l'attaccante Czibor; i baschi si portano sul 3-1 ma non dilagano; sotto di due gol, Czibor si mette a fare il portiere volante come all'oratorio; la Honved assedia e sballotta come le pare i rivali nel panico, riesce a pareggiare ma non a sorpassarli. Eliminata al primo turno, eppure era tra le favorite per la vittoria finale: la situazione drammatica ha influito sul cammino.

Mentre si trova in Sudamerica, nel marzo del '57, alla Honved giunge una singolare proposta dal Messico: giocare quel campionato in cambio dell'asilo politico. Ma la comitiva ungherese - alla quale finalmente si sono aggregati diversi familiari, riusciti a scappare da Budapest "normalizzata" - ringrazia e declina: ha altri progetti, deve decidere cosa fare da grande. Qualcuno torna a casa: i pezzi grossi Grosics, Lorant e Bozsik, più Budai, Lanta, Tichy e altri comprimari, che si dichiarano - più o meno obtorto collo - fedeli al partito comunista. I più famosi disertano (ricordiamoci che sono militari) e trovano lauti ingaggi in Occidente: per lo più in Spagna, dove comanda il caudillo Franco e dare un futuro ai transfughi comunisti è anche una mossa politica. Così Ferenc Puskas approda al Real Madrid, mentre Zoltan Czibor e Sandor Kocsis raggiungono al Barcellona un altro magiaro doc, Ladislao Kubala, che è fuggito in Catalogna già nel 1949, all'instaurazione del regime filosovietico. L'allenatore, Bela Guttmann, è addirittura rimasto in Brasile, ingaggiato dal San Paolo durante la tournée infinita.

Ci si mette anche la Fifa, che - ossequiosa come sempre nei confronti dei dittatori, trincerandosi dietro il cavilloso rispetto dei regolamenti - dichiara illegale la Honved esule e squalifica per uno o due anni i giocatori che non tornano in Ungheria. I campionissimi si dividono, la Honved e l'Aranycsapat non esistono più.

"Senza l'invasione sovietica non avrei mai lasciato il mio Paese - ha riflettuto più tardi Puskas, il più grande fuoriclasse mai espresso dalla scuola magiara - Quando diversi miei compagni tornarono in Ungheria io mi fermai a Ventimiglia, dove mi raggiunse il bando della Fifa: dovetti restare fermo e ingrassai di 18 chili. Avevo trent'anni, vedevo il ritorno al calcio giocato come qualcosa di lontanissimo. Mi aveva cercato il Milan, ma la mia età e soprattutto il mio peso lo dissuasero. Così, quando mi contattò il Real, pensai a uno scherzo. Alla Honved guadagnavo 4.500 fiorini al mese: come soldato, non come giocatore. Al Madrid non mi è mai importato sapere quando guadagnavano gli altri: so che io prendevo 32mila dollari all'anno, e mi bastavano". Rimane lì fino al 1966, ritirandosi a 39 anni dopo aver vinto tutto - anche l'ultima Coppa dei Campioni guardando la finale dalla panchina, perché l'allenatore puntava sui giovani - e aver pure giocato in nazionale, come naturalizzato spagnolo.

Dopo la caduta della cortina di ferro, si seppe dagli archivi del regime che Gyula Grosics - detto "Pantera nera" per il look: indossava sempre un buffo berretto rosso perché era ipocondriaco e fu il primo portiere a partecipare alla manovra giocando coi piedi - aveva dato ospitalità ai rivoltosi negli anni della repressione. Di converso Jozsef Bozsik, fedelissimo del governo di Kadar, fu gratificato di un posto in Parlamento. Oggi della grande Honved resta solo il ricordo. L'ultimo alfiere ad ammainare la bandiera è stato il terzino Jeno Buzanszky, morto l'11 gennaio 2015.

Guarda le immagini di Honved-Atletico Madrid del 20 dicembre 1956

Guarda l'amichevole Milan-Honved dell'8 dicembre 1956

Guarda l'amichevole Honved-Spartak Mosca del 20 agosto 1953

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