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La finale più lunga del mondo. E altre storie del 1919

Così Arthur Friedenreich decide la finale del campionato sudamericano 1919 all'inizio del terzo tempo supplementare
Così Arthur Friedenreich decide la finale del campionato sudamericano 1919 all'inizio del terzo tempo supplementare

Tra i grandi tornei per nazionali che si disputano attualmente, la Copa America non è soltanto il più antico (debuttò nel 1916, vittoria dell'Uruguay), ma di gran lunga il più ruspante e picaresco. La sua storia pullula di spigolature, ma anche in un contesto così pittoresco è difficile trovare un'edizione più incredibile della terza, andata in scena nel 1919 facendo acrobatico slalom tra problemi e colpi di scena.

Il rinvio. La manifestazione, denominata Campeonato Sudamericano de Futbol, era a cadenza annuale: si sarebbe dunque dovuto disputare nell'estate australe del 1918, ovvero a dicembre. L'organizzatore designato era il Brasile. Solo che anche in America Latina arrivò l'influenza spagnola, la più tremenda pandemia dell'era moderna, capace di uccidere in pochi mesi tra i 50 e i 100 milioni di persone in tutto il mondo. Colpì facilmente, favorita dalla guerra, dalle pessime condizioni igieniche globali, dall'impreparazione delle autorità sanitarie e dal fatto che non erano ancora stati scoperti gli antibiotici. Considerata l'emergenza, il torneo venne posticipato all'anno seguente.

La formula. Si giocò quindi dall'11 al 26 maggio 1919. Iscritte le uniche quattro squadre del continente già affiliate alla confederazione: Brasile, Argentina, Uruguay e Cile. In agenda un girone all'italiana di sola andata, tutto ospitato dallo stadio Das Laranjeiras (delle arance) di Rio de Janeiro, casa abituale della Fluminense. Quattro gli arbitri designati: tre sudamericani (l'argentino Barbera, i brasiliani Leite de Castro e Ponteado) e l'inglese Todd, garante dell'imparzialità campanilistica che fischiò ben tre partite (due dei padroni di casa) su sette.

L'andamento. Come da pronostico, il Brasile ospitante e l'Uruguay detentore vinsero le prime due gare. Lo scontro diretto dell'ultima giornata, dunque, assegnava il trofeo. Nel primo quarto d'ora la Celeste si portò sul 2-0, poi il Brasile rimontò con una doppietta di Neco, attaccante del Corinthians. Le squadre rimasero appaiate in graduatoria, si rese necessario lo spareggio che assurse a vera finale secca del torneo.

Lo spareggio infinito. Si disputò il 29 maggio nel solito Laranjeiras, davanti a 35.000 spettatori, il doppio della capienza ufficiale dell'impianto. Passò alla storia come la finale eterna, la più lunga di sempre. Zero a zero dopo il primo tempo. Zero a zero dopo il secondo. Quindi, supplementari: senza reti anche quelli. Non erano stati inventati né i rigori né la monetina per dirimere le parità più ostinate. E quello spareggio era già di per sé un imprevisto: impossibile accostargli un ulteriore replay. Che fare? Nelle ambasce degli organizzatori, la soluzione si dovette alla prontezza di spirito dell'arbitro, l'argentino Juan Pedro Barbera (Todd aveva già diretto l'ultima gara del girone: non poteva sobbarcarsi pure lo spareggio, e poi aveva la nave prenotata per rientrare in Europa): propose di disputare altri due tempi supplementari. Idea balzana, non scritta in nessun regolamento, pure complicata da mettere in pratica in un'epoca in cui certamente si correva meno, ma soprattutto ci si allenava meno. Le squadre però la accettarono come il male minore.

Il match winner. Al secondo minuto del terzo tempo supplementare l'equilibrio finalmente si spezzò grazie ad Arthur Friedenreich, fenomeno del Paulistano, autore in carriera di più di 1.200 gol, anche se l'assenza di documentazioni precise impedì un confronto statistico con Pelé. Le squadre, già sfinite, non riuscirono più a cambiare il destino scritto e il Brasile, dopo due ore e mezza di battaglia, vinse per la prima volta il trofeo da padrone di casa, mandando in delirio tifosi, città e Paese. La politica, a quei tempi, non cavalcava il pallone per i suoi bassi fini: la società brasiliana, dominata dalla minoranza bianca di origine europea, aveva chiare tendenze razziste e giusto pochi mesi dopo il presidente Epitacio Pessoa firmò una legge che escludeva i giocatori di colore dallo sport di vertice, a cominciare proprio dalla nazionale di calcio. Friedenreich era mulatto (padre commerciante tedesco, madre lavandaia brasiliana) e giusto per prevenire i pregiudizi razziali usava lisciarsi i capelli ricci con quintali di brillantina: fu lui la principale vittima dell'assurdo bando. Saltò la Copa America del 1921 e in quella del '22 fu convocato, ma non disputò la finale su pressioni del governo. La misura si rivelò talmente impopolare (e patetica) che Pessoa fu costretto a ritirarla.

La tragedia. All'indomani del sipario si consumò il tragico epilogo del dramma di Roberto Chery, portiere dell'Uruguay. Era la riserva del leggendario Cayetano Saporiti, il 17 maggio fu schierato nella partita della Celeste col Cile: giocò benissimo, ma nell'effettuare l'ennesima parata gli si strangolò un'ernia inguinale. Fu ricoverato in gravi condizioni all'ospedale di Rio, morì il 30 maggio dopo 17 giorni di straziante agonia: aveva solo 23 anni. Il 1° giugno le nazionali di Brasile e Argentina disputarono in sua memoria un'amichevole, finita 3-3, in cui indossarono rispettivamente le maglie del Penarol (il club di appartenenza dello sfortunato giocatore) e dell'Uruguay. La Copa Roberto Chery, in palio quel giorno, fu simbolicamente assegnata al Penarol e l'incasso andò in beneficenza ai familiari del portiere scomparso.

L'odissea dei cileni. Se i collegamenti fra i tre Paesi atlantici erano relativamente agevoli, più complicata fu la trasferta dei cileni, stretti tra il Pacifico e le Ande. All'andata tutto filò liscio: giunsero in treno a Baires, dove s'imbarcarono per Rio insieme alla comitiva argentina. Persero tutte e tre le partite del girone, ma il peggio doveva ancora arrivare. Il viaggio di ritorno fu un'autentica odissea: era inverno e le abbondanti nevicate resero impraticabili i tracciati ferroviari andini. La squadra cilena rimase bloccata a Mendoza, ultimo avamposto argentino prima della cordigliera divenuta inaccessibile. Con due problemi. Il primo: erano dilettanti, dovevano tornare a casa e al lavoro quanto prima. Il secondo: si erano autotassati per finanziare la trasferta brasiliana e non avevano più soldi per soggiornare lì in attesa che ripartissero i treni per il Cile. La soluzione adottata fu eroica: intrapresero la traversata a dorso di mulo, noleggiandone in quantità sufficiente per trasportare persone e bagagli sui disagevoli sentieri battuti dalle tormente. Arrivarono a Santiago sani e salvi, un po' intirizziti e in... leggero ritardo sulla tabella di marcia: ben 40 giorni dopo la partenza da Rio de Janeiro.

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