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Peyroteo, il violinista che oscurò Eusebio

I cinco violinos dello Sporting: Jesus Correia, Vasques, Peyroteo, Albano, Travassos
I cinco violinos dello Sporting: Jesus Correia, Vasques, Peyroteo, Albano, Travassos

Chi è stato il più grande goleador portoghese di sempre? Certo: uno nato lontano dalla madrepatria, arrivato a Lisbona ragazzino, affermatosi in uno dei club più prestigiosi del Paese, detentore di medie realizzative e di rendimento sbalorditive.

Se state pensando a Eusebio, nato in Mozambico, o a Cristiano Ronaldo, nato a Madeira... beh, focherello: siete preparati, però ancora non ci siete. Il fenomeno in questione è Fernando Baptista de Seixas Peyroteo de Vasconcelos, per tutti semplicemente Peyroteo. Nato nel 1918 in Angola, di pelle bianca, trascorse l'intera carriera nello Sporting Lisbona, vincendo almeno un titolo in 11 delle 12 stagioni disputate da professionista, conquistando per sei volte la classifica marcatori della serie A portoghese e diventando il bomber lusitano più prolifico di ogni epoca.

La sua parabola calcistica, cominciata nello Sporting di Luanda, capoluogo della colonia portoghese d'Africa, non sarebbe stata così strepitosa senza lo zampino del destino. Che si palesò sotto la poco promettente forma di una malattia, che costrinse mamma Maria da Conceiçao a tornare in Portogallo per curarsi. Fernando la accompagnò, così appena 19enne sbarcò nella capitale il 26 giugno 1937: lo precedeva la fama di giovane talento in confidenza con il gol. Anibal Paciencia, un amico angolano ben introdotto negli ambienti dello Sporting Lisbona, lo presentò ai dirigenti biancoverdi, che lo arruolarono per gli allenamenti estivi: al ragazzo tremavano le gambe, ma impressionò subito tutti, rifilando una tripletta in partitella al leggendario Joao Azevedo, padrone assoluto della porta del club e della nazionale. L'allenatore, il santone ungherese Jozsef Szabo, capì di avere tra le mani un diamante grezzo: gli dedicò sedute individuali quattro volte alla settimana, plasmandolo fino a farne un giocatore vero e dominante. Uno che spostava gli equilibri, decideva partite e campionati.

La novità esotica attirò l'interesse della concorrenza. Prima ancora che fosse tesserato, il Porto provò a soffiare l'astro nascente ai rivali, ma il giovanissimo Fernando si dimostrò fedele e riconoscente: "Ho dato la mia parola allo Sporting", rispose ineffabile agli emissari della potente e ricca società del nord, che gli offrivano stipendio e clausole migliori. Il debutto ufficiale avvenne in un'occasione tutt'altro che banale: 12 settembre 1937, derby precampionato col Benfica, 5-3 per lo Sporting e due gol di Peyroteo.

In breve il figlio della colonia divenne un fattore determinante: lo Sporting attraversava un buon momento e si apprestava a vivere gli anni migliori della sua storia, dei quali Peyroteo fu un emblema. Si inserì in un attacco da sogno, i cinco violinos, cinque violini. Gli altri? L'ala destra Jesus Correia, fenomeno che si divideva tra calcio e hockey su pista, e quando fu obbligato a scegliere preferì i pattini. La mezzala Vasques, talmente elegante nel tocco da essere soprannominato galgo de raça, cioè cane di razza, o Malhoa, come l'omonimo pittore. L'altro interno José Travassos, un predestinato nato esattamente dove poi sarebbe sorto lo stadio Alvalade, casa dello Sporting: il suo primo gol in biancoverde divenne sequenza di un film e icona del club. E l'ala sinistra Albano, piccoletto e razzente, adorato dal pubblico perché uccellava e spesso irrideva i difensori alti. Nello Sporting e in nazionale, costoro formarono l'attacco più forte di sempre del calcio lusitano. E il 15 febbraio 1948 firmaro o tutti i gol del 12-0 al Lusitano di Vila Real: pokerissimo di Peyroteo, tripletta di Correia, doppietta di Albano, acuti singoli di Travassos e Vasques.

Un manipolo di campioni ben assortito, con ruoli ben precisi: per farla breve, gli altri costruivano, Peyroteo finalizzava. Perché era il classico ariete d'area: stava lì e aspettava fiducioso, tanto di palloni buoni gliene piovevano tanti. Dall'alto del suo metro e 88 e dei suoi 90 chili, sapeva di vincere quasi tutti i duelli a sportellate con difensori poco abituati a limitare una simile prestanza fisica, e di accaparrarsi quasi tutti i cross. Il fisico poderoso non era sorretto da altrettanta tecnica: però gli bastarono fiuto e potenza per diventare il terminale principe di uno squadrone che vinceva e dava spettacolo.

Con simili armi improprie, lo Sporting instaurò un'autentica dittatura, vivendo il primo ciclo del suo periodo d'oro: cinque scudetti in dieci stagioni, più altre coppe di contorno. In un contesto di alto livello, Peyroteo si accreditò come sommo giustiziere: segnava con regolarità impressionante, non disdegnando le goleade personali incastonate nei pingui bottini di squadra. Fece 9 gol in un 14-0 al Leça, 8 in un 12-1 al Boavista, 6 in un 11-0 al Famalicao. Attenzione, però: vero che magari il campionato non era il massimo della competitività, però constava di poche partite, poiché la serie A portoghese contava appena 8, poi 10 e 12 squadre, salite a 14 solo nella sua ultima stagione in campo, il '48/49. Peyroteo divenne ugualmente il maggior bomber nella storia del football lusitano non solo per medie, ma anche per numeri assoluti: in campionato tenne lo strabiliante ruolino di 1,68 gol a partita (ne firmò 331 in 197 presenze), in tutto esultò 635 volte in 393 gare. Ad alimentare la sua leggenda, i numerosi gol pesanti e le... preferenze gradite ai tifosi.

Perché, da campione vero, puniva severamente anche le grandi, non solo le piccole. E la sua vittima preferita era proprio l'odiatissimo Benfica, arcirivale per il predominio in città e per lo scudetto: lo trafisse la bellezza di 64 volte, di cui 48 in campionato (in altrettante partite!), e ancora oggi è di gran lunga il miglior marcatore di sempre nella superclassica della capitale.

Ai derby col Benfica sono legati anche gli episodi rimasti nel mito. Come l'unica espulsione della sua carriera: benché preso rudemente di mira dai dirimpettai, Peyroteo - anche protetto dalla mole - tenne sempre un comportamento esemplare, tranne una volta. Accadde l'11 febbraio 1945, quando Gaspar Pinto, al culmine di un martellamento fisico e psicologico costante, offese sua madre: colpito negli affetti più cari, Peyroteo perse il proverbiale aplomb e fece una... zidanata, sferrando all'avversario un pugno e terminando anzitempo la sua partita. E come il drammatico scontro diretto del 24 aprile 1948, decisivo per l'assegnazione dello scudetto: per superare i cugini in classifica lo Sporting doveva non solo espugnare lo stadio di Campo Grande, impresa già di per sé epocale, ma farlo pure con almeno tre gol di scarto. Finì con un 4-1 interamente firmato dal fuoriclasse di origine angolana e passò alla storia come o campeonato do pirulito: il pirulito era una bibita gassata chiusa non col solito tappo, ma con una pallina che saltava via. Quel torneo sarebbe stato deciso da una sola palla, fatale all'una o all'altra rivale: la palla dello scudetto, manco a dirlo, fu calciata da Fernando Peyroteo.

In nazionale ebbe meno fortuna, perché la squadra non era all'altezza delle grandi d'Europa. Ma lasciò lo stesso il segno: è tuttora il maggior marcatore con 14 centri in 20 partite (media 0,7 a gara, più di Eusebio e di Cristiano Ronaldo). Tutte queste statistiche - incredibile - rifiutando di calciare i rigori, con la stupefacente motivazione che... gli pareva troppo facile segnare così.

Smise di giocare presto, a 31 anni, nel 1949. Spiegò la decisione con toni da capopopolo: "Io sono un soldato, e i soldati fanno il loro dovere. Ma ormai sono un vecchio soldato, incapace di reggere le esigenze di preparazione per un calciatore che vuole essere utile al suo club. Vado in campo con tanta voglia, ma dopo una manciata di minuti mi assale la stanchezza". In realtà aveva problemi economici: il suo negozio di articoli sportivi andava male e contava di ripianare i debiti contratti con il ricavato della partita d'addio, il cui incasso gli sarebbe stato consegnato come da tradizione. Disse no ai francesi del Bordeaux, che volevano ingaggiarlo: il 25 settembre 1949 disputò la sua ultima gara ufficiale (2-1 all'Atletico Lisbona nella finale della Copa Preparaçao, antipasto del campionato) e il 5 ottobre si ritirò nella gara d'addio con l'Atletico Madrid.

Il dopo calcio non fu particolarmente felice: saldò i debiti ma non riuscì a risollevare l'attività commerciale, finendo per chiuderla. Tornò in Angola, finché la madrepatria si ricordò di nuovo di lui: accadde nell'ottobre 1961, quando fu chiamato a guidare la nazionale impegnata nelle qualificazioni al Mondiale cileno. Fu un flop totale: perse 4-2 in Lussemburgo e 2-0 a Wembley con l'Inghilterra. Si disse che il clan del Benfica giocava contro: sia come sia, la sua parentesi in nazionale durò appena tre settimane, nelle quali però fece in tempo a far esordire Eusebio, fuoriclasse destinato a insidiare i suoi record.

Il tramonto fu precoce e straziante. S'infortunò gravemente a Barcellona, durante un'amichevole tra vecchie glorie di Spagna e Portogallo: venne operato, soffrì diverse complicazioni, forse ci furono anche degli errori dei medici, infine ebbe la gamba amputata. Il 28 novembre 1978 morì, a soli 60 anni, per problemi circolatori. I tifosi dello Sporting lo venerano alla voce leggende immortali: la sua bacheca dice 6 scudetti, 4 coppe nazionali, 7 edizioni del campionato di Lisbona, prestigioso torneo che impegnava i club della capitale.

Guarda un filmato su Peyroteo

Guarda un documentario sui "cinco violinos" dello sporting

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