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Quando si giocava senza l'arbitro

Wembley, 30 luglio 1966: preliminari della finale mondiale Inghilterra-Germania con i protagonisti della topica arbitrale più famosa della storia. L'arbitro svizzero Dienst e, alla sua destra, il guardalinee sovietico Bakhramov nei supplementari accorderanno agli inglesi il gol fantasma che assegnerà il titolo. Tutte le moviole li smentiranno impietosamente
Wembley, 30 luglio 1966: preliminari della finale mondiale Inghilterra-Germania con i protagonisti della topica arbitrale più famosa della storia. L'arbitro svizzero Dienst e, alla sua destra, il guardalinee sovietico Bakhramov nei supplementari accorderanno agli inglesi il gol fantasma che assegnerà il titolo. Tutte le moviole li smentiranno impietosamente

Oggi sarebbe impensabile giocare anche solo un torneo di paese senza arbitro. E sarebbe probabilmente altrettanto impensabile, pure per un arbitro da torneo di paese, uscire dalle partite più accese senza contumelie assortite (nel migliore dei casi). Beh, in origine il calcio non prevedeva la figura dell'arbitro: è stata introdotta più tardi, dopo aver verificato - non senza sconcerto - che quelli che lo praticavano erano tutt'altro che gentlemen cavallereschi, disinteressati alle irregolarità, e che quindi furbate e comportamenti contrari alle norme andavano sanzionati. Una profonda disillusione per coloro che avevano gemmato il nuovo sport di massa dal rugby, convinti di ereditarne anche la nobiltà d'animo e di atteggiamento.

In realtà di figure simili all'odierno arbitro si parlò fin dagli albori, ma con declinazioni romantiche e tutto sommato notarili: erano personaggi destinati a registrare gli eventi o poco più, senza diretta influenza sul destino degli incontri. Già nel 1581 il pedagogo inglese Richard Mulcaster - al quale secondo la tradizione si deve l'attribuzione del nome footeball a un antenato simile, che si giocava all'epoca nelle scuole e tra la gente del popolo - in un saggio sui benefici dell'attività ludica per i bambini auspicò la presenza di un "judge over the parties", riconoscibile nell'abbigliamento, deputato a far rispettare le regole.

La data storica è il 2 giugno 1891, quando, nella stessa riunione in cui introdusse il tiro di rigore, l'International Board accolse la proposta della football Association inglese e istituì la figura del referee indipendente. Fino ad allora ci si era limitati al fai-da-te: le controversie inizialmente venivano risolte direttamente dai capitani delle squadre, e più tardi attraverso colloqui tra due umpires appositamente scelti tra i rispettivi staff. Funzionava così: per ogni protesta, interpretazione del regolamento (che non era ancora uniformemente codificato) o decisione il capitano si rivolgeva al suo umpire, che a sua volta coinvolgeva il collega dell'altro team e il cronometrista appostato a bordocampo, prima modesta autorità super partes, antesignano in scala delle future giacchette nere. Tutto, quindi, avveniva "a chiamata" delle parti: la presenza degli umpires aveva il pregio di dispensare i giocatori dalle discussioni, lasciandoli concentrare sul gioco. Tuttavia le perdite di tempo erano consistenti, senza contare la difficoltà, nei casi più delicati, di arrivare a una decisione condivisa, che non lasciasse strascichi.

La strada maestra era la totale imparzialità del giudice di gara. Era stata indicata nel 1842, a Rochdale, da un anonimo umpire del The Bodyguards, squadra quel giorno impegnata nel derby col Fearnoughts. Costui, durante la partita, punì un giocatore della sua stessa squadra per una grave irregolarità: essendo stanco, aveva chiesto a uno spettatore amico di calciare al suo posto una punizione. Fu l'episodio decisivo per assegnare la vittoria agli avversari, e la prima volta che un umpire di parte si comportò in maniera obiettiva, addirittura penalizzando il proprio team: non era scontato che accadesse, e in effetti non accadeva praticamente mai.

Quel 2 giugno 1891, all'Alexandra Hotel di Glasgow, la proposta della FA all'International Board era tanto drastica quanto chiara: istituzionalizzare il ruolo del referee e, come corollario, "the positions of umpires should be abolished. That linesmen should be appointed whose duties (subject to the referee) should be to decide when the ball is out of play, and which side has the throw-in". Gli umpires sarebbero rimasti, ma un po' più defilati: le decisioni cardine - compresi la durata del match, le punizioni, i neonati rigori e le espulsioni - sarebbero spettate al direttore di gara neutrale, munito di fischietto, mentre loro, muniti di bandierine, si sarebbero evoluti in guardalinee, col compito di segnalare l'uscita della palla dal campo e di assegnare le rimesse. Sviluppo reso possibile dal fatto che sempre in quella storica riunione - tra le più decisive nell'ultracentenaria parabola dei custodi delle regole - si decise di definire i limiti del campo con le righe bianche, mentre prima c'erano semplicemente dei picchetti agli angoli e per il resto si andava a occhio.

La Football Association inglese propose questo sistema perché l'aveva già sperimentato: non figurava nella prima versione delle Laws of the Game, datata 1874, ma si era diffusa ed era stata incoraggiata la pratica di affidare la gestione delle partite a una terna, composta dai tradizionali umpires e dal referee centrale, anch'egli membro di una società, dirigente o ex giocatore. Già dalla prima finale della Coppa d'Inghilterra, disputata il 16 marzo 1872 al Kennington Oval di Londra tra i Wanderers e i Royal Engineers e vinta dai primi 1-0, in campo c'era il referee indipendente. Si trattava di Alfred Stair, impiegato statale tesserato per la società amatoriale Upton Park, coadiuvato nell'occasione dagli umpires J.H. Giffard per i Royal Engineers e K. Kirkpatrick per i Wanderers. Stair diresse anche le finali del 1873 e 1874, nonché la sfida Inghilterra-Scozia del 6 marzo 1875.

Ma il primo grande fischietto della storia del football fu Francis Marindin, anch'egli in auge nel periodo di transizione tra l'ufficiosità e l'ufficialità della figura dell'arbitro imparziale. Marindin, classe 1838, originario del Dorset, figlio di un pastore anglicano, ufficiale dell'esercito di Sua Maestà nella guerra di Crimea, aveva studiato a Eton e successivamente si era appassionato al calcio. Giocò come portiere nell'Old Etonians, uno dei club pionieri, e nel 1869 contribuì a creare la sezione calcistica del Royal Engineers: era in campo come difensore destro nella finale del 1872. Gli Engineers erano all'avanguardia: preferivano il passing game ai lanci lunghi e ai virtuosismi individuali, ed erano una delle squadre più forti del periodo, come dimostra l'incredibile ruolino di 3 sole sconfitte sulle 86 partite giocate tra il 1871 e il 1875. Marindin non poté disputare la finale di FA Cup del 16 marzo 1875, vinta dai suoi Engineers, poiché si trovava in missione all'estero.

Dal 1874 al 1879 Sir Francis Marindin fu presidente della Football Association: quando fu varata la figura del referee, si candidò e fu presto accreditato come "uno degli arbitri di punta che conoscono davvero le regole". Lo soprannominarono The Major, il sindaco, o semplicemente il capo. Oggi un presidente federale che arbitra costituirebbe un intollerabile conflitto d'interessi e farebbe fiorire robuste dietrologie: all'epoca invece Marindin fu apprezzatissimo, un vero punto di riferimento. Detiene tuttora un record ineguagliabile: ha fischiato la bellezza di otto finali di FA Cup, nel 1880 e consecutivamente tra il 1884 e il 1890. Il primato di Marindin è ineguagliabile, poiché con l'arrivo degli arbitri autonomi la Football Association prese l'abitudine di designare ogni anno un referee diverso, cosa che accade da più di un secolo.

Il califfo degli esordi fu John Lewis, nato nel 1848, socio fondatore dei Blackburn Rovers il 5 novembre 1875. Diresse tre finali di FA Cup e soprattutto ebbe vasta fama fuori dai confini britannici. Al punto di arbitrare addirittura due finali olimpiche. Quella di casa, l'edizione londinese del 1908, in qualche modo gli spettava di diritto, benché fosse ormai avanti con gli anni. Ma era talmente considerato che fu selezionato anche per l'edizione di Anversa 1920: dopo che aveva condotto "in modo meraviglioso" la semifinale Belgio-Olanda 3-0, i giornali belgi lo proposero per la finalissima. Detto fatto: il 72enne Lewis fischiò anche il match per la medaglia d'oro, andato in scena il 2 settembre 1920 tra Belgio e Cecoslovacchia, passato alla storia per... non essersi concluso.

Accadde infatti che al 40' del primo tempo, sul 2-0 per i padroni di casa, Lewis espulse il cecoslovacco Steiner e, visto che le proteste non sortivano effetti, la squadra rimasta in dieci abbandonò il campo. Il Belgio fu dichiarato campione, la Cecoslovacchia fu squalificata e a nulla valse il reclamo subito inoltrato dalla delegazione ceka, in cui senza tanti giri di parole si accusava Lewis di "maggioranza di decisioni sbagliate che hanno dato al pubblico un'immagine distorta del nostro gioco", si lamentava che "il nostro linesman era inglese, mentre il regolamento prevede che sia espresso dalla nostra federazione" e si aggiungeva che "entrambi i gol del Belgio erano irregolari", chiedendo infine "un'indagine rigorosa" che non venne mai effettuata.

Lewis, a fine carriera, scrisse parole sagge e profetiche sulla sua esperienza arbitrale: "Non ho alcuna obiezione al fatto che il pubblico urli e protesti per decisioni con cui non è d'accordo. L'arbitro dovrebbe ricordare che il calcio è un gioco, ma scalda il sangue di chi gioca e di chi assiste. Se costoro non possono dare libero sfogo alle loro emozioni, rabbia compresa, le grandi folle che ora seguono il calcio andranno rapidamente a diminuire".

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