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Mondiali inglesi, il boicottaggio dell'Africa

La squadra della Corea del Nord al Mondiale inglese del '66: alla prima apparizione, si rivelò una grandissima sorpresa

Il dentista più famoso della storia dello sport, Pak Doo Ik, agita ancora i sogni dei tifosi italiani più attempati: fu lui - che peraltro non faceva il dentista, bensì l'operaio - un rovinoso pomeriggio di luglio del 1966, a mandare a casa gli azzurri dal Mondiale inglese, firmando l'unico gol di una partita stregata, assurta a metafora degli imprevisti dello sport più democratico di tutti, in cui un Davide ben organizzato può sempre mettere in imbarazzo qualunque Golia.

La Corea del Nord, accolta da frotte di nasi arricciati, passò il primo turno tra gli applausi degli inglesi a spese di Italia e Cile: poi nei quarti di finale si issò sul 3-0 contro il Portogallo, prima che il magnifico Eusebio la rimontasse ed eliminasse praticamente da solo, sfornando quattro gol e un assist. Ma come era arrivata la squadra coreana a quel clamoroso momento di gloria? Quasi senza giocare.

La cruna dell'ago. Per la prima volta la federcalcio di Pyongyang si era iscritta alla Coppa Rimet. Con 16 biglietti disponibili, la formula delle qualificazioni ordita dalla Fifa lasciava pochissimo spazio a chi non era europeo (10 caselle compresa l'Inghilterra, ammessa di diritto quale ospitante) o sudamericano (4 posti, uno dei quali appannaggio del Brasile detentore): gli altri due pass per Londra erano per il resto del mondo. Destinati alla vincente di Nord e Centramerica (il solito Messico) e alla superstite delle pletoriche qualificazioni di Asia e Africa, alle quali erano candidate ben 22 nazionali.Si sarebbero prima affrontate le squadre del medesimo continente, infine le primattrici di Africa e Asia avrebbero giocato uno spareggio. La cruna dell'ago, più o meno: le federazioni africane reclamarono invano più spazio. Ricevuto il due di picche dalla Fifa, che in cima ai pensieri non teneva ancora la geopolitica e i voti terzomondiali, inscenarono una protesta incredibile: una dopo l'altra, a sorteggi dei gironi avvenuti e calendario delle qualificazioni stilato, abbandonarono, impedendo di fatto la disputa dei turni eliminatori. La rinuncia, variamente motivata, di alcuni Paesi non era certo una novità: ma questa fu una vera ecatombe, un inedito suicidio sportivo di massa paragonabile ai più recenti boicottaggi olimpici dei blocchi.

Effetto domino. Cominciarono Marocco ed Etiopia, che lasciarono la competizione il 17 agosto 1964, all'indomani del sorteggio. Fu l'inizio di un incredibile effetto domino: il 21 settembre presero cappello Ghana, Guinea, Senegal e Tunisia; l'8 ottobre alzarono bandiera bianca tutte le altre africane (Algeria, Camerun, Egitto, Gabon, Liberia, Mali, Nigeria, Sudan e Tunisia), mentre vennero esclusi il Sudafrica (punito per l'apartheid) e il Congo (pasticci burocratici). In breve, si ritrovarono in lizza solo le formazioni asiatiche, nel frattempo ridotte al lumicino dall'esclusione delle Filippine (mancato pagamento della tassa d'iscrizione) e dall'addio della Siria (aggregata con Israele ai gironi europei, si ritirò per solidarietà con le squadre africane e in polemica con la Fifa). Rimanevano le due Coree e l'Australia, unica pretendente dell'Oceania.

Ma la diaspora non era finita: la Fifa pensò bene di spostare la sede del gironcino asiatico dal Giappone alla Cambogia, Paese tutt'altro che tranquillo poiché coinvolto suo malgrado nel conflitto del Vietnam. Nel momento più grave della guerra fredda, nessuna scelta - neanche apparentemente innocua - era priva di conseguenze pratiche e diplomatiche: la Corea del Sud infatti si chiamò fuori.

Ecco quindi che la misteriosa Corea del Nord, altrimenti probabilmente destinata a soccombere, dovette giocare solo due facili partite per qualificarsi a Inghilterra '66: il doppio spareggio con l'Australia, che aveva assistito basita agli eventi. Un barrage bizzarramente allestito il 21 e 24 novembre 1965 non sui rispettivi campi, bensì appunto a Phnom Penh, capitale cambogiana. Gli australiani erano più tecnici, ma meno rapidi e disciplinati: sotto gli occhi del dittatore nordcoreano Kim Il Sung persero nettamente entrambi i confronti (6-1 e 3-1), lasciando agli omini in maglia rossa l'unico posto in palio al tavolo dei grandi.

Lo squarcio. Ciò che pareva un'esotica casualità si trasformò poi in storica epopea, nel triste pomeriggio di Middlesbrough in cui l'Italia fu letteralmente distrutta da quelli che gli osservatori avevano sprezzantemente definito "Ridolini".

Ma alla lunga l'imbarazzante Aventino degli africani sortì l'effetto sperato, poiché squarciò il muro della Fifa e la convinse a rimodulare i criteri di assegnazione dei pass iridati per Messico '70, aprendo finalmente al terzo mondo scalpitante. Così sbarcarono nella fase finale la prima africana (Marocco, togliendo un posto al Sudamerica) e un'asiatica (Israele): fu il primo Mondiale davvero globale.

Guarda un documentario sulla Corea del Nord al Mondiale 1966

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