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Guerra e calcio vero: i soldati polacchi eroi nel deserto

La squadra del Secondo corpo polacco entra in campo per la partita del 14 novembre 1944 a Roma contro la selezione inglese

Per quanto possa sembrare incredibile, durante la seconda guerra mondiale non si smise di giocare a calcio. Certo, in quasi tutta l'Europa l'attività ufficiale venne sospesa e molti giocatori professionisti dovettero rispondere alla chiamata alle armi: ma chi per sua fortuna rimase a casa continuò a trastullarsi col pallone, e gli stessi militari al fronte solevano dilettarsi col football nelle pause tra un dramma e l'altro. Anzi, le autorità, che inizialmente avevano proibito il gioco del calcio, alla lunga lo incoraggiarono, poiché la pratica ludica in uno scenario tragico aiutava a tenere alto il morale di truppe e cittadinanza: era un modo per resistere all'orrore.

Il Secondo corpo. La storia più fantastica riguarda un manipolo di calciatori polacchi. Il loro Paese non esisteva più, divorato dalla tenaglia russo-tedesca all'alba del conflitto: quelli occidentali, rimasti sotto l'egida nazista, cercarono di riciclarsi nei campionati regionali organizzati dalle nuove autorità, non di rado sfruttando le origini germaniche e rifacendosi una vita, sportiva e non; quelli della zona orientale, caduta sotto il dominio sovietico, erano finiti più o meno tutti in galera o al confino, come comuni prigionieri.

Ma la situazione cambiò radicalmente dopo il 22 giugno 1941, quando Hitler ruppe il patto Molotov-Ribbentrop e invase l'Urss: nel giro di pochi mesi la guerra divenne planetaria (7 dicembre 1941, attacco giapponese a Pearl Harbor e ingresso degli Usa nel conflitto) e fu necessario per tutti organizzare più teatri di battaglia. Le autorità di Mosca, intente nel difficile compito di arginare l'avanzata nazista, attinsero al serbatoio dei prigionieri polacchi, ai quali venne ridata la libertà in cambio dell'arruolamento. Nacque così il Secondo corpo dell'esercito polacco in esilio, una poderosa e motivatissima struttura militare che allo zenit contò quasi centomila uomini ed ebbe un ruolo fondamentale per i successi degli Alleati sui fronti mediorientale prima e italiano poi. Soldati che inizialmente vennero fatti convergere in Siria, dopo un avventuroso viaggio in incognito attraverso l'Europa dell'est in fiamme, e agirono sempre sotto il comando dei generali britannici. I leader erano i generali Sikorski e Anders, a loro volta liberati dai gulag sovietici dopo l'accordo di collaborazione.

Le battaglie nel deserto. Di questa inedita formazione facevano parte anche diversi calciatori professionisti, che in tempo di pace avevano militato negli scomparsi campionati maggiori polacchi. Nelle pause delle operazioni belliche in territorio persiano e poi egiziano questa squadra, molto simile a una nazionale ufficiosa, disputò regolari match contro le rappresentative di altri eserciti. Gli avversari più frequenti furono i sodali quotidiani, cioè i soldati britannici, a loro volta imbottiti di calciatori veri: in particolare, si trovava a Baghdad il corpo d'armata formato a Bolton, che comprendeva molti giocatori professionisti dei Wanderers.

Vennero dunque organizzate sfide negli stadi veri, che servivano per divertire un po' truppe sfiancate dai combattimenti. Il 24 gennaio 1943, sul campo Al Kashafa di Baghdad, il Secondo corpo polacco batté 4-0 la British Army. Il secondo incontro, il 16 aprile, vide la riscossa inglese sigillata dal risultato di 4-2. Nel mezzo, altre amichevoli di lusso dei polacchi con gli altri eserciti di stanza in Persia: superarono l'Iraq (6-1 il 29 gennaio), la rappresentativa della città di Mosul (dove il match ebbe luogo il 28 febbraio: finì 7-0), l'Iran (3-1 il 12 marzo a Teheran) e pareggiò con l'India (1-1 il 14 aprile a Baghdad). Il 21 febbraio i soldati-calciatori polacchi affrontarono un'altra divisione britannica, la 56a Fanteria, pareggiando 1-1. Il capocannoniere della tournée fu Antoni Komendo-Borowski, per tutti Sarenka, già bomber del glorioso e disciolto Pogon Lwow, che mise a segno 6 reti (al netto della trasferta di Mosul, della quale manca il tabellino), seguito da Henryk Kidacki con 4 centri.

Tutto questo accadeva tra Iran, Iraq ed Egitto, in condizioni logistiche che non è esagerato definire spaventose. Si viaggiava sui cassoni dei camion, ci si radeva immergendo la lametta nei resti del tè, si dormiva dove capitava e si giocava indossando indumenti recuperati qua e là, alla stregua dei pionieri ottocenteschi. La scena della partita di calcio in spiaggia di "Mediterraneo", con i giocatori vestiti più o meno di stracci, è tutt'altro che irrealistica. Ma il Secondo corpo quando poteva sfoggiava orgoglioso una divisa vera, carica di simboli patriottici: colori bianco e rosso, quelli nazionali, e sul petto all'altezza del cuore la sirena con lo scudo e la spada, presa dallo stemma della capitale Varsavia.

Sul fronte italiano. Nel 1944 il Secondo corpo polacco fu trasferito dall'Egitto all'Italia, precisamente nel Lazio. Qui fu in prima linea sul fronte che pian piano risaliva lo Stivale nella scia della ritirata nazista: il contingente proveniente dalla Polonia rimase decimato nelle drammatiche giornate di Montecassino, dove anche la componente calcistica pagò il suo dazio di sangue. Man mano che gli Alleati liberavano la penisola, anche le truppe ritrovavano il tempo per divertirsi: in Italia il Secondo corpo fu protagonista di altre amichevoli con le stellette, spesso di fronte a spalti gremiti, giacché pure la gente in borghese - che in quelle occasioni si mischiava agli spettatori in divisa - aveva voglia di normalità.

Loro e gli immancabili inglesi - che durante la guerra dovettero seppellire tanti idoli degli stadi, colpiti a morte in servizio - furono i più assidui nella pratica pubblica del gioco del calcio. La formazione britannica - con monumenti come i nazionali Swift, Mercer, Lawton, perfino una futura leggenda come Matt Busby - girava in tournée proprio per portare un po' di divertimento dove era appena passata la distruzione. In luglio, subito dopo la battaglia di Ancona, il Secondo corpo dell'esercito polacco in esilio affrontò proprio i britannici nel capoluogo dorico: finì 7-1 per i sudditi di Sua Maestà. Il bis andò in scena il 14 novembre 1944 a Roma, sul campo del Testaccio: altra goleada, finì 10-2 per gli inglesi.

Il ritorno alla normalità. Molti di quei giocatori polacchi ebbero la carriera rovinata dalla guerra. Quasi tutti i soldati del Secondo corpo, invece di tornare a casa, si lasciarono adottare dalla perfida ma accogliente Albione, e alcuni calciatori trovarono ancora tempo e modo per stupire. Come il portiere Stanislaw Gerula, che a fine conflitto si stabilì a Londra e più tardi addirittura a New York: il 26 aprile 1952, a 38 anni, disputò e vinse a Wembley la finale della Coppa d'Inghilterra riservata ai dilettanti con il suo Walthamstow Avenue (2-1 al Leyton); e nel gennaio seguente, nel terzo turno della FA Cup dei big, contribuì a bloccare il Manchester United sull'1-1 davanti agli increduli 80mila di Old Trafford, obbligando i Red Devils all'inopinato replay. Toccò lo stesso destino di lusso al collega che difendeva i pali inglesi in quelle sfide nel deserto: Stan Hansen arrivò a Wembley il 2 maggio 1953, quando con il Bolton Wanderers perse 4-3 la finale di FA Cup contro il Blackpool in quella che passò alla storia come la partita di Stanley Matthews.

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