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Gente di calcio

Storie, ministorie e controstorie nelle pieghe della storia del pallone

Luglio 1930, il contromondiale di Ginevra

Pubblicato su 17 Ottobre 2016 da Stefano Affolti

Cartolina ricordo della premiazione dell'Ujpest Dozsa, che vinse il torneo del 1930
Cartolina ricordo della premiazione dell'Ujpest Dozsa, che vinse il torneo del 1930

Dal 13 al 30 luglio 1930 ebbe luogo a Montevideo la prima edizione della Coppa del Mondo. Si giocò nella capitale dell'Uruguay per festeggiare il centesimo anniversario della Costituzione di quel Paese. Le altre candidate erano europee: Italia, Ungheria, Olanda, Svezia e Spagna. L'Uruguay si aggiudicò l'organizzazione per un motivo sportivo (nel '24 e nel '28 la Celeste aveva vinto le Olimpiadi, il torneo più importante in epoca pre Mondiali) e uno economico (la federcalcio promise di rimborsare le spese alle nazionali iscritte). Al congresso Fifa del 1929, a Barcellona, la scelta cadde sul piccolo stato latinoamericano, che nel pallone era un'autentica potenza.

Le federazioni europee, però, non gradirono e boicottarono la manifestazione: si recarono in Sudamerica in nave solo quattro squadre di secondo piano, Jugoslavia, Belgio, Romania e Francia. Le grandi del vecchio continente - Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Italia e Inghilterra - bigiarono per svariati motivi, pretestuosi e non.

Il patron e il banchiere. Mentre infuriavano le polemiche sull'allestimento dell'imminente inedito torneo per nazionali, qualcuno pensò di proporre un contromondiale: si trattava di Paul Addor, presidente e proprietario del Servette di Ginevra, e di Gustave Hentsch, banchiere e vecchia gloria del club, del quale era stato portiere e pioniere ai primi del secolo. Il sodalizio granata compiva quarant'anni e aveva appena vinto il suo sesto scudetto. Per di più era fresco di costruzione il nuovo stadio, battezzato Charmilles (pergolati) come il quartiere in cui sorgeva: era stato Hentsch ad acquistare il terreno. Per celebrare la società e inaugurare l'arena pensarono a un torneo internazionale, chiamato Coupe des Nations. Fu chiesto e ottenuto il patrocinio della Fifa, che però acconsentì a condizione che fossero coinvolti solo i club, senza le nazionali, tanto più se ribelli.

Hentsch e Addor volarono alto, invitando le squadre campioni dei Paesi più rappresentativi: non tutte aderirono, ma il cast si presentava di buonissimo livello. Oltre ai padroni di casa c'erano i campioni in carica di Belgio (Cercle Bruges), Cecoslovacchia (Slavia Praga), Ungheria (Ujpest Dozsa) e Olanda (Go Ahead Deventer); i campioni dell'anno prima di Italia (Bologna) e Germania (Furth), poiché i rispettivi campionati si completavano proprio in quei giorni e non c'erano i tempi tecnici per scritturare i nuovi scudettati; i detentori delle coppe di Austria (First Vienna) e Francia (Sète); e per la Spagna non l'Athletic Bilbao, fresco autore del doblete, bensì il Real Union Irun, vincitore della coppa nel 1927. Dieci iscritte, senza inglesi in rotta con la Fifa (sarebbe toccato allo Sheffield Wednesday) e senza il portoghese Benfica, che declinò la proposta. Qualche esclusa rosicò assai: i campioni di Grecia (Panathinaikos) e i vincitori della coppa di Norvegia (Sarpsborg: il primo campionato lassù ebbe luogo solo nel 1937) scrissero agli organizzatori lamentandosi del mancato invito, sperando in un dietrofront che non arrivò mai.

Tutte le partite furono disputate allo Stade des Charmilles nell'arco di una settimana, tra sabato 28 giugno e domenica 6 luglio: la vetrina era intrigante e i club scritturati fecero di tutto per esserci, pur con qualche disagio logistico. Per esempio, il Bologna raggiunse Ginevra solo il 1° luglio, poiché si stava concludendo la prima serie A a girone unico: gli emiliani giocarono il 29 giugno la penultima giornata in casa con la Roma, poi il 2 e il 4 luglio la coppa a Ginevra. Il 6 era prevista l'ultima di campionato con la Pro Vercelli a Torino, ma, visto che contemporaneamente erano in calendario semifinali e finali in Svizzera, e che la classifica in Italia ormai era cristallizzata, i felsinei fecero rinviare la gara di chiusura a domenica 13.

Comunque, per gestire forze e risorse e mettere le mani debitamente avanti, italiani e spagnoli ottennero il permesso di integrare l'organico con prestiti di altri club. Il Bologna portò in Svizzera Bajardi e Ardissone della Pro Vercelli, Facchini della Spal, Reguzzoni della Pro Patria e il giovanissimo Grandi del San Pietro in Casale: quasi tutti, nelle settimane seguenti, passarono stabilmente in rossoblù, perciò il torneo per loro fu una sorta di provino.

Eliminazione quasi diretta. La formula era stramba: tabellone tennistico con match di ripescaggio tra le sconfitte al primo round, per non mandar via nessuno dopo una sola partita. Nella gara inaugurale il First Vienna fece strame del Servette, battuto 7-0. L'indomani un'altra bizzarria, Furth-Sète finì in parità e non bastarono i due tempi supplementari a stabilire un vincitore: si giocò quindi a oltranza, finché al minuto 140 i tedeschi segnarono il 4-3, un vero e proprio golden goal ante litteram. Lo Slavia superò 4-2 il Cercle e l'Ujpest regolò l'Irun (3-1). I recuperi premiarono svizzeri e spagnoli, che eliminarono belgi (2-1) e francesi (5-1). Intanto olandesi e italiani si affrontarono per stabilire i rispettivi posti nella griglia dei quarti di finale: il Bologna trionfò 4-0 e si garantì un avversario sulla carta più morbido.

Nei quarti, giocati tra il 2 e il 4 luglio, passeggiarono First Vienna (7-1 ai tedeschi) e Ujpest (7-0 ai tulipani); ebbe vita facile anche il redivivo Servette (4-1 al Bologna); più equilibrata Slavia-Irun, coi ceki vincitori di misura (2-1). In semifinale i magiari disposero come da pronostico dei ginevrini (3-0), mentre la supersfida tra austriaci e cecoslovacchi premiò questi ultimi (3-1).

Finalissima dunque tra Ujpest e Slavia: non a caso le squadre-guida delle scuole danubiane che all'epoca andavano per la maggiore, infarcite di campioni e di habitué delle rispettive nazionali. Anche l'arbitro era un numero uno: l'inglese Stanley Rous, che diresse quasi tutte le partite del torneo e nel 1961 sarebbe diventato presidente della Fifa. I magiari vinsero 3-0, tutti i gol portarono la firma del centrocampista offensivo Janos Koves, all'anagrafe Kvasz, che guarda caso avrebbe chiuso la carriera proprio nel Servette, dopo lungo girovagare tra i team elvetici.

Il seguito. Una manciata di giorni dopo si disputò il primo turno della Mitropa Cup, all'epoca unica manifestazione continentale per club: vi erano impegnate tra le altre proprio First Vienna, Slavia Praga e Ujpest, che quindi avevano usato la Coupe des Nations anche per preparare la campagna europea. Furono tutte subito eliminate: l'Ujpest addirittura dopo quattro gare (andata, ritorno e due spareggi) con l'Ambrosiana Inter, che nel frattempo si era aggiudicata la serie A.

La Coupe des Nations doveva inaugurare una serie, ma restò un'iniziativa isolata. Si tentò inutilmente di legare il torneo alle esposizioni organizzate in quegli anni in Europa: l'anno seguente fu allestita una manifestazione per l'esposizione coloniale di Parigi Vincennes, ma parteciparono per lo più squadre di secondo piano. Ancora a Parigi, per l'esposizione universale 1937, si riuscì a riunire otto squadre di buon livello: si presentarono Chelsea (Inghilterra), Sochaux e Olympique Marsiglia (Francia), Lipsia (Germania), Bologna (Italia), Slavia Praga (Cecoslovacchia), Austria Vienna (Austria) e Phobus Budapest (Ungheria), ma solo tre di queste (Bologna, Marsiglia, Slavia) erano campioni del loro Paese. Vinsero alla grande i rossoblù, che inflissero al Chelsea una storica umiliazione. Il "Bologna che tremare il mondo fa" firmò un rotondo 4-1 con tripletta di quello stesso Carlo Reguzzoni che, dopo il cameo ginevrino, fu acquistato da patron Dall'Ara per la strabiliante cifra di 80mila lire, e divenne un idolo dei tifosi felsinei. Le coppe europee sarebbero arrivate solo a metà degli anni '50.

Lo stadio di Charmilles, tra i più gloriosi della Svizzera, è andato in pensione nel 2002, sostituito da un nuovo moderno impianto. Abbandonato, ridotto in rovina e poi demolito nel 2011, al suo posto oggi c'è un parco pubblico voluto da Benedict Hentsch, nipote del "papà" della leggendaria arena del Servette.

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