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Gente di calcio

Storie, ministorie e controstorie nelle pieghe della storia del pallone

Il miracolo del Belenenses

Pubblicato su 20 Settembre 2017 da Stefano Affolti

Belem è tra i quartieri più belli e carichi di storia di Lisbona: affacciato sull'Atlantico e sulla foce del Tago, ricco di monumenti, ieri culla dei navigatori che hanno fatto grande il piccolo Portogallo, oggi meta preferita dai turisti. Belem ha esplorato scenari nuovi anche in campo calcistico: fu la sua squadra, nel 1946, a interrompere il dominio delle tre grandi - Benfica, Porto, Sporting - nell'albo d'oro del campionato lusitano. Dacché esiste il girone unico, anno 1934, è accaduto solo due volte: l'altra, datata 2001, porta la firma del Boavista, seconda squadra di Oporto.

Guerra no, dittatura sì. Questa bella storia comincia in anni difficili. Il Portogallo, governato con mano ferrea dal dittatore Antonio Salazar, schiva la seconda guerra mondiale e si rifugia in una neutralità che consente alla vita, e ai campionati, di scorrere più o meno normalmente. Comandano i soliti noti, ma s'insinua pian piano il Belenenses, terza squadra della capitale dopo Benfica e Sporting. Ha colori biancoblù e origini quasi mistiche: il club è di ispirazione salesiana e nello scudo sociale reca la croce dell'Ordine di Cristo, costola portoghese dei leggendari Templari.

Il Belenenses, che negli anni '20 e '30 ha vinto tre volte il torneo progenitore della coppa nazionale, vive un periodo felice: nel '42 ha conquistato la Coppa del Portogallo, dopo aver perso un altro paio di finali, e si è più volte laureato campione di Lisbona, sentitissimo antipasto campanilistico della stagione tra i sodalizi della capitale. Nella Liga si piazza quasi sempre a ridosso delle tre grandi, ogni tanto scalzandone qualcuna dal podio. Come nel '36/37: secondo a un solo punto dal Benfica, vincendo lo scontro diretto ma buttando la stagione per colpa del ko casalingo (2-3) con la modesta Academica di Coimbra.

Tifo e cantera, erba e docce. Il Belenenses che si affaccia all'annata 1945/46 è un club maturo e all'avanguardia. Il suo Campo das Salesias, stadio di proprietà inaugurato il 29 gennaio 1928 e ampliato nel 1937, capace di 21mila posti, è il miglior impianto del Paese: l'unico che abbia tribune coperte, fondo in erba e docce calde, veri lussi per l'epoca. E la presenza nel complesso di strutture di allenamento attrezzatissime ne fa anche la casa preferita della nazionale portoghese. Con i suoi 9mila soci, il Belenenses tocca vette di popolarità e forza economica mai viste prima.

La squadra è in gran parte fatta in casa: quasi tutti i giocatori vengono dal vivaio. E quasi tutti sono dilettanti che campano con un altro lavoro: Feliciano sgobba in un negozio di alimentari, Quaresma è elettricista, Andrade è contabile in una società idroelettrica. Il talento è diffuso, con punte notevoli. La difesa è imperniata sulle "tre torri di Belem": il gigantesco portiere Manuel Capela, i terzini Vasco Oliveira e Antonio Feliciano hanno doti fisiche non comuni, sono una muraglia imperforabile soprattutto per via aerea. Il capitano Mariano Amaro, non a caso detto Einstein, mediano dai piedi buoni minato dalla tubercolosi, è considerato tra i primi interpreti del ruolo capaci di abbinare efficacia e visione di gioco: insomma un regista, forte di una formidabile percezione degli spazi.

Davanti c'è l'imbarazzo della scelta: la forza fisica di Quaresma, il tiro squassante e l'universalità di Rafael, la classe cristallina di Andrade, la precisione negli assist di Armando Correia, l'arte pura di José Pedro. L'allenatore è Augusto Silva, bandiera della società passata dal campo alla panchina. Il marchio di fabbrica è il "quarto d'ora del Belenenses", momento chiave delle partite, in cui la squadra ingrana marce insostenibili per tutti gli altri.

L'annata si apre con la vittoria nel campionato di Lisbona; poi, dal 9 dicembre, è corsa allo scudetto. Per la prima volta le squadre sono 12, ma le favorite sono le solite tre. Il Belenenses parte pareggiando sul campo dello Sporting, poi ne dà sette all'Academica, sei al Boavista e alla quarta giornata, con l'1-0 sul campo della matricola Oliveirense, balza al comando della classifica. Vi rimane per due mesi, durante i quali batte il Porto e perde col Benfica: il 2-0 buscato alla penultima di andata in casa dell'Olhanense costa il sorpasso da parte di Benfica e Sporting.

In sella a un ragazzino. Dalla settimana seguente comincia la cavalcata clamorosa: il Belenenses vince tutte le rimanenti 12 partite, scoprendo lo straordinario talento del 18enne Manuel Andrade. Risolte le beghe burocratiche sul tesseramento da senior, Silva lo può schierare per la prima volta il 3 febbraio 1946, nel big match col Porto, e ne ricava meraviglie: sotto 0-2, i biancoblù rimontano e vincono proprio con una tripletta del ragazzino. È il giorno in cui nasce una stella e l'ambiente capisce che sì, il miracolo è possibile.

Il baby Andrade è la novella punta di diamante che con talento, fiuto e incoscienza risolve le partite: inanella 19 gol in 14 presenze, insidiando il mito Peyroteo nella classifica marcatori. Originario di Madeira come Cristiano Ronaldo, è un predestinato che a 14 anni - ma se ne è aggiunti due sui documenti per poter giocare nelle giovanili del Belenenses: ecco il perché delle pastoie pre-esordio - è stato nel mirino del Benfica: siccome l'ha rifiutato, ne ha avuto fastidi con gli sgherri del regime.

Il ragazzino ha carattere anche fuori dal campo: si narra che il veterano Amaro in una trasferta gli abbia chiesto di portargli la valigia, e lui - che se c'è da star fuori una notte soltanto non tiene bagagli con sé - abbia detto no, perché "tu giochi insieme a me".

Andrade non è l'unico a entrare nel mirino di Salazar: Belem è considerato un posto dove alligna l'opposizione e le idee comuniste ardono sotto la cenere. Il 30 gennaio 1938, a Salesias, prima dell'amichevole Portogallo-Spagna, solo tre dei giocatori lusitani schierati a centrocampo hanno rifiutato il saluto fascista: il portiere Joao Azevedo tenendo le braccia aderenti al corpo, Quaresma e Amaro alzando il braccio ma... col pugno chiuso. Sono passati alla storia come "i tre ribelli": i giornali hanno pubblicato foto ritoccate e la polizia politica ha fatto il suo sporco lavoro, giungendo a incarcerare per qualche giorno Amaro.

La volata. Il Belenenses corre, tiene il ritmo delle papabili e si presenta col vento in poppa alla volata finale. Il controsorpasso avviene il 5 maggio 1946, giorno del big match con il Benfica, capolista per un punto e reduce da 11 vittorie di fila. Ma è un Benfica poco sereno, scosso da malumori interni: Teixeira litiga con l'allenatore Biri, Julinho sta sull'Aventino perché vuole l'aumento di stipendio. La banda di Silva, trascinata dal pubblico - la società rifiuta di giocare altrove, rinunciando a un incasso pingue pur di sentirsi davvero a casa - vince di misura, grazie al gol del solito Andrade a 20' dalla fine, e riconquista la vetta.

Ora bisogna solo resistere. Mancano tre partite: la più difficile è quella della domenica seguente a Oporto, risolta manco a dirlo da Andrade. La penultima è una passeggiata, 6-0 al già retrocesso Oliveirense: ma il Benfica non molla, è sempre a ruota rabbioso, e per di più vincerebbe il titolo in caso di arrivo a pari punti. La giornata conclusiva propone ai biancoblu la trasferta di Elvas: l'avversario non è dei più forti, ma si tratta di un'orgogliosa filiale del Benfica. Infatti nella settimana precedente il potente club della capitale "presta" all'Elvas un allenatore di sua fiducia, la vecchia gloria Alfredo Valadas, per aiutarlo a preparare al meglio la sfida decisiva.

Il 26 maggio è il giorno della verità. La squadra raggiunge Elvas, nell'Alentejo agricolo, con una carovana di auto private, poiché non c'è alcun pullman a disposizione. L'autostrada che un giorno renderà agevole il tragitto ancora non esiste: il viaggio di giocatori e i tifosi, anch'essi su macchine e cassoni di camion strapieni, è lento e carico di trepidazione. "Tutti sapevano che dovevamo vincere, altrimenti il Benfica era campione", ha ricordato Manuel Andrade, l'ultimo sopravvissuto della squadra del miracolo. Pressione alle stelle.

All'inferno e ritorno. Silva schiera Capela, Vasco, Feliciano, Francisco Gomes, Serafim, Amaro, Mario Coelho, Eloi, Andrade, Quaresma, Rafael. L'inizio è shock: l'Elvas segna al primo affondo con Patalino, senza che il Belenenses abbia ancora toccato palla. La squadra va nel panico e la sua gente ammutolisce: il primo tempo è un rosario di errori dettati dalla paura, mentre rimbalza la notizia dell'ovvio vantaggio del Benfica. I campioni in pectore sono fantasmi, all'intervallo il morale è sotto i tacchetti: persino il capitano Amaro piange. Serve una scossa, arriva da Quaresma e Vasco: riuniscono in cerchio il gruppo e a fatica lo convincono che sì, quella partita e quel campionato saranno portati a casa.

Alla ripresa il vento cambia. Il Belenenses non ritrova il suo gioco armonioso, ma per lo meno dimostra ardore e fiducia. L'uomo decisivo è il terzino destro Vasco, che suona la carica con le sue discese, corredate da velenosi cross al bacio. L'inerzia passa in mano agli ospiti, mentre l'Elvas, esaurita la spinta, si barrica a difesa del prezioso golletto. E il tempo passa. Al 66' la svolta: Vasco sgroppa e viene fermato con le maniere forti, sulla conseguente punizione Andrade firma il pareggio. La folla si rianima e l'assedio continua. Al 77' il copione si ripete: Vasco stavolta resiste anche ai placcaggi, corre e crossa, Quaresma tira a botta sicura e trova la deviazione vincente di Rafael. Risultato ribaltato, scudetto riacciuffato: l'edizione più memorabile del "quarto d'ora del Belenenses".

Il Belenenses vince il suo primo titolo: innesca una festa di popolo, a Belem quella notte nessuno dorme. Sulla via del ritorno da Elvas, al passaggio della carovana nei paesi e nelle città sono solo applausi della gente, manco passasse il papa. Migliaia di persone si riversano nelle strade della capitale e addobbano con le bandiere biancoblu il porto, i palazzi, i monumenti: scene usuali oggi, ma settant'anni fa...

La beffa del '55. Rimane l'unico campionato nazionale nella bacheca di Belem: dall'anno seguente ricomincia la sfilza di piazzamenti tra il buono e l'ottimo, ma sempre alle spalle di qualcun altro che vince. E la società non riesce a monetizzare l'exploit: anzi, quella vittoria pesa sui conti, tra spese e premi. Il bilancio 1946 è in pesante rosso, poiché le uscite superano addirittura quelle del magno Benfica, mentre le entrate non sono all'altezza, nonostante il boom di soci.

Nello stesso 1946 Augusto Silva, primo allenatore portoghese a vincere il titolo (le tre grandi preferiscono tecnici stranieri), viene promosso ct della nazionale. Il portiere Capela chiede e ottiene la cessione all'Academica di Coimbra, dove intende concludere gli studi di lettere. La bandiera Amaro smette nel 1948, dopo l'ennesima grave crisi di tubercolosi nel prepartita della finale di coppa con lo Sporting. Manuel Andrade si ritira a soli 27 anni, dopo essere passato allo Sporting e all'Estoril: carriera deludente viste le premesse, ma il punto è che "del calcio non mi interessava granché: non mi sono mai sentito un giocatore al 100%".

Il Belenenses va vicinissimo al bis nel 1955: si presenta all'ultima partita nella stessa identica situazione di nove anni prima, in testa con un punto di margine sul Benfica. Ma stavolta l'epilogo è crudelissimo: gioca in casa con lo Sporting, si issa sul 2-1 e viene raggiunto in contropiede a 4 minuti dalla fine, mentre il Benfica batte l'Atletico, e a pari punti è campione per differenza reti.

Il Campo das Salesias è stato rimpiazzato dal nuovissimo Estadio do Restelo, costruito nel sito di un'antica cava e inaugurato il 23 settembre 1956. Recentemente l'area di Salesias, ridotta a prato incolto con resti fatiscenti, è stata recuperata per farne un centro sportivo con fondo sintetico, destinato ad accogliere scuole e sportivi dilettanti. L'inaugurazione è avvenuta il 26 maggio 2016, esattamente 70 anni dopo il miracolo del Belenenses. Ma si sono dimenticati di invitare l'unico superstite della squadra campione, l'89enne Andrade.

Guarda un'intervista in cui Manuel Andrade ricorda lo scudetto del 1946

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