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Il primo golden goal

Il primo che segna vince: quante volte le partite all'oratorio sono finite così, quale che fosse il punteggio al momento del fatidico accordo? Nel calcio di vertice è successo di rado: per un breve periodo, tra il 1993 e il 2004, Fifa e Uefa provarono il golden goal, che decise pure qualche finale importante (due Europei, '96 e 2000; la Confederations Cup del 2003; la Coppa Uefa 2001), ma non piaceva a nessuno, poiché invece di indurre a osare spingeva a difendersi. Nell'ultimo periodo l'Uefa tentò anche la carta del "fratellino" silver goal, che interrompeva la partita alla fine dell'overtime in cui il risultato s'era sbloccato. Fallimenti, presto accantonati.

Quadrangolare. Ma il golden goal non era una novità: fu testato sul campo molto tempo prima, addirittura nell'immediato dopoguerra. In una competizione ufficiale, benché non gestita direttamente dagli enti maggiori: la Coppa Latina, antesignana delle competizioni per club, che tra il 1949 e il 1957 coinvolse squadre italiane, francesi, spagnole e portoghesi.

La seconda edizione del torneo si disputò a Lisbona a metà giugno 1950, pochi giorni prima del Mundial brasiliano. In lizza l'Atletico Madrid campione di Spagna, il Benfica che in Portogallo era riuscito a interrompere la tirannide dello Sporting, i Girondins di Bordeaux freschi del loro primo titolo francese. Per l'Italia c'era la Lazio, giunta solo quarta in serie A: siccome Juve, Milan e Inter - classificatesi nell'ordine - avevano declinato l'invito, causa decimazione della rosa in chiave iridata, toccò ai biancocelesti rappresentare lo Stivale calcistico. Lo fecero in versione mignon: senza tre azzurri (Sentimenti IV, Remondini, Furiassi) e pure senza l'allenatore Sperone, cooptato nello staff tecnico della nazionale. Per completare la comitiva furono aggregati giocatori di Triestina e Venezia.

Bordeaux spettacolo. La Lazio preparò l'evento sfidando l'Atletico Madrid a La Coruna il 4 giugno: lo batté 3-1 e mise in bacheca il Trofeo Teresa Herrera. Ma poi sbarcò in Portogallo letteralmente sulle ginocchia, con otto giocatori colpiti dalla tonsillite e imbottiti di antibiotici: ottenne il rinvio di un giorno - dal 9 al 10 giugno - della semifinale con il Benfica, ma poi dovette scendere in campo e non poté che soccombere (3-0). Nell'altra semifinale la grande sorpresa: un Bordeaux falcidiato dagli infortuni (ko entrambi i portieri e la stella lussemburghese Libar, cui durante la partita si aggiunse mestamente l'olandese de Harder) sconfisse 4-2 l'Atletico allenato da Helenio Herrera.

Domenica 11 giugno, dunque, la finale vide di fronte Benfica e Bordeaux allo stadio di Jamor, casa dello Sporting Lisbona. I portoghesi si portarono sul 2-0, furono rimontati, infine agganciarono i rivali sul 3-3. I girondini diedero spettacolo e i lusitani risposero da par loro: ma nei supplementari non accadde null'altro e si dovette rigiocare. Appuntamento una settimana dopo, domenica 18 giugno, con la consapevolezza di non poter differire ulteriormente la proclamazione del vincitore.

Meraviglia infinita. Sotto gli occhi del dittatore Salazar, poco interessato al calcio ma di fede benfiquista, i francesi sfiorarono l'ennesimo miracolo: segnarono subito con l'oriundo polacco Kargu (all'anagrafe Kargulewicz) e tennero il minimo vantaggio fin quasi al traguardo. Li riprese proprio al 90' Arsenio, in contropiede, approfittando anche di un'incertezza del terzo portiere girondino Astresses.

Fu di nuovo un match meraviglioso e furono di nuovo supplementari, per la seconda volta senza esito nonostante le numerose occasioni. Che fare? Si decise con l'arbitro torinese Giacomo Bertolio di giocare a oltranza, con minitempi di dieci minuti, finché qualcuno avesse fatto gol. Non c'erano le sostituzioni, i giocatori erano ormai stremati: per altri due prolungamenti il punteggio rimase invariato. L'evento si verificò al minuto 146 (266 considerando anche le due ore di gioco della prima finale), grazie al portoghese Julinho, sugli sviluppi di un corner. La gente andò in delirio e la coppa, finalmente, trovò il legittimo proprietario, mentre il sole - forse spazientito - cominciava a tramontare.

Il polso rotto e il veterano. Anche la premiazione ebbe risvolti leggendari. L'ala destra del Benfica Corona svenne in campo al fischio finale, fu portato negli spogliatoi e nemmeno la doccia lo ridestò: quando si riebbe, biascicò con un filo di voce "adesso so cos'è il paradiso". Il capitano Jacinto aveva giocato l'ultima mezz'ora con un polso rotto e non sarebbe riuscito ad alzare la coppa: così delegò il compagno Rogerio Carvalho, che ricevette il trofeo dalle mani di Guilherme Pinto Basto, classe 1864, nientepopodimenoché l'uomo che nel 1888 aveva introdotto il football (e poi il tennis) in Portogallo.

Fu il primo ruggito internazionale del Benfica, che negli anni '50 e '60, con la "perla nera" Eusebio, divenne una delle potenze europee e mondiali, vincendo due Coppe dei Campioni e contendendo la leadership continentale al formidabile Real Madrid di Puskas e Di Stefano.

L'esperimento dei supplementari a oltranza, affascinante ma dispendioso, non fu mai più ripetuto: per diversi anni ancora Fifa e Uefa si affidarono al sorteggio, finché nel 1970 non furono introdotti i calci di rigore.

Guarda le immagini della finale-bis Benfica-Bordeaux (al minuto 1.35 il gol decisivo)
Guarda un servizio recente con le parole dei protagonisti

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