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Il campione che visse e vinse due volte

Miodrag Belodedici con la maglia della nazionale romena

Miodrag Belodedici con la maglia della nazionale romena

Questa è una storia paradigmatica dell'area più tormentata del "secolo breve", quei Balcani in cui sono maturate due guerre mondiali e infinite diatribe locali, in parte non ancora sopite. Il protagonista è un calciatore importante e famoso, sballottato tra dittature e campanilismi, cuore e ragione, campo e famiglia, trofei e drammi personali. Si chiama Miodrag Belodedici, di mestiere fa il libero ed è un vincente certificato dal curriculum, impreziosito da un record: primo a diventare campione d'Europa con due squadre diverse. Imprese con un coefficiente di difficoltà elevatissimo: nessun altro club orientale, prima e dopo, è riuscito a conquistare la coppa dalle grandi orecchie.

Uomo di frontiera. Belodedici ha il destino scritto sull'atto di nascita: anno 1964, addì 20 maggio, luogo Socol, anonima cittadina sul confine tra la Jugoslavia di Tito e la Romania di Georghiu-Dej. Suo padre, che di cognome originariamente fa Belodedic, è serbo, sua madre romena; la città è bilingue, si trova in Romania e si affaccia sul Danubio, che marca una frontiera labile, che divide ma non separa stirpi, famiglie, luoghi e storie. Miodrag per l'anagrafe è romeno, ma in casa parla e vive alla serba, nel calcio tifa serbo (Stella Rossa) e solo a scuola impara la lingua romena.

Gioca benissimo a pallone: tecnico, elegante, prestante. Anche se vive all'estrema periferia viene notato dagli osservatori che contano. Ancora adolescente arriva così a Bucarest, per farsi le ossa col Luceafarul, la squadra-laboratorio in cui il regime nel frattempo instaurato da Ceausescu alleva i futuri campioni di stato. A 18 anni lo preleva la Steaua, il club dell'esercito coccolato dai gerarchi, dove acquisisce un fittizio status di militare - che gli garantisce stipendio e modesti agi negati ai più - e debutta subito, diventando in fretta titolare inamovibile. La Steaua ha una generazione fortissima: in patria vince facile, grazie agli appoggi del potere politico, ma in Europa stupisce, nonostante le manchino pedigree e santi in paradiso.

Il primo trionfo. Ricca di talenti inquadrati da un profeta del pragmatismo come Emerich Jenei, la squadra cara alla famiglia Ceausescu esce da una lunga crisi di risultati vincendo il campionato 1984/85. L'anno dopo si presenta a fari spenti alla coppa dei Campioni, e arriva clamorosamente in fondo: nei turni iniziali si giova di sorteggi fortunati, ma in semifinale fa fuori clamorosamente l'Anderlecht, principale candidata al titolo. La finale di Siviglia col favorito Barcellona è romanzesca: per la prima volta nella storia finisce senza reti, si va ai rigori e il portiere Ducadam para tutti i tiri catalani. Alla Steaua basta segnarne due su quattro per diventare la prima squadra dell'Est a regnare sul continente.

Il ciclo d'oro della Steaua continua con altri scudetti e la Supercoppa europea, e si chiude nel maggio 1989 con un'altra finale, persa a Barcellona col Milan di Sacchi, che apre la sua favolosa epopea. Belodedici però al Nou Camp non c'è: emarginato e vessato dal regime, come tutti quelli non allineati apertamente, nell'estate 1988 decide di scappare. All'insaputa persino dei parenti ascolta il cuore serbo, finge di accompagnare la madre in Jugoslavia per delle cure mediche e, ottenuto il lasciapassare provvisorio, non rientra più.

Esilio. La fuga di un simbolo del Paese, seguita a stretto giro di posta dall'addio dell'altra icona sportiva Nadia Comaneci, non può passare inosservata. Belodedici, ritenuto disertore, viene condannato in contumacia a dieci anni di galera. Appena giunto a Belgrado, solo e senza agganci, ascolta il cuore di tifoso e bussa alla porta della Stella Rossa, antico amore mai consumato: ma deve presentarsi più volte in sede prima che il plenipotenziario biancorosso Dragan Dzajic, ex fuoriclasse di livello mondiale, superi l'incredulità, colga al volo l'occasione e lo ingaggi, anticipando i rivali del Partizan, messisi sulle sue tracce appena avuta la soffiata.

Lieto fine? Non ancora. La Steaua denuncia Belodedici alla Fifa, che - sempre pronta a piegarsi ai potenti adducendo la foglia di fico dei regolamenti - lo squalifica per un anno per non aver rispettato un contratto firmato. Lui abbozza, attende e intanto si allena. Quando scade il bando si inserisce alla grande in un manipolo di fenomeni, unico straniero e titolare fisso nel team più forte che la Jugoslavia abbia mai avuto. Il suo vecchio maestro di scuola e altri amici di Socol vanno in incognito al Marakana di Belgrado per vederlo: una sfacchinata pazzesca, approfittando del permesso giornaliero di visita parenti attribuito ai residenti sul confine, in teoria limitato a un raggio di 20 chilometri. Finché una malaugurata volta la tv serba li inquadra e al ritorno si trovano la polizia sotto casa: fine delle trasferte clandestine.

Ancora i rigori, ancora nella storia. A Natale del 1989 cade Ceausescu: sparisce la condanna e Belodedici può rientrare nel Paese. Lo fa come una persona comune, in auto, passando al checkpoint vicino a Socol, dove le guardie lo salutano con un "Bentornato a casa". Anche se la dittatura è un ricordo, la nazionale gli viene negata per un bel po': salta Italia '90.

Lieto fine? Giammai. In Jugoslavia monta un clima di violenza che non risparmia lo sport e prepara una sanguinosa guerra civile. La Zvezda trova la sua dimensione felice in Europa. Chiamasi rullo compressore: nella campagna 1990/91 semina la bellezza di 18 reti in 8 partite (il 3-0 a tavolino sulla Dinamo Dresda amplia il meno roboante 2-1 del campo) e approda alla finale di Bari dopo aver eliminato, tra le altre, Rangers e Bayern.

Di fronte c'è il Marsiglia: nonostante l'enorme talento medio delle contendenti, la partita riesce bruttissima. Mancano ancora i gol e si va ancora ai rigori. Belodedic - come si lascia chiamare lui dai tifosi serbi, che lo hanno adottato seduta stante - realizza il terzo penalty e mette la firma sulla storica vittoria, prima del club e seconda personale.

La parabola. La Stella Rossa è campione d'Europa a maggio e campione intercontinentale a dicembre (3-0 a Tokyo ai cileni del Colo Colo): Belodedici completa così un filotto mai visto. Poi in Jugoslavia scoppia la tragedia che frantuma città, popoli, vite e un Paese ormai al collasso. Anche il calcio è travolto. Belodedici cambia: va in Spagna (Valencia, Valladolid, Villarreal) e poi in Messico (Atlante). Torna in nazionale e gioca a Usa '94, dove sbaglia il rigore decisivo nel quarto di finale con la Svezia. Infine, nel '98 rientra alla Steaua per chiudere cerchio e carriera.

Oggi Miodrag Belodedici lavora per la Federcalcio romena, è ambasciatore Uefa del campionato europeo 2020 e nel suo Paese è considerato una leggenda. In questa veste è un ricercato testimonial e si dedica in particolare al sostegno concreto ai ragazzi disabili.

Guarda i rigori di Steaua-Barcellona

Guarda i rigori di Stella Rossa-Olympique Marsiglia 

Guarda la sintesi di Stella Rossa-Colo Colo

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