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Garrincha e la nascita degli "olè"

Garrincha comincia la danza, Vairo nel panico

Garrincha comincia la danza, Vairo nel panico

Di Mané Garrincha si sa tutto: il talento smisurato a dispetto dei gravi problemi fisici, la bacheca colma, la distruttiva passione per donne e alcol con conseguente sperpero dei lauti guadagni, la miseria, la fine ingloriosa e l'oblio post mortem.

Di giocolieri fini a sé stessi è pieno il calcio, di giocolieri decisivi no: il capostipite dei dribblomani che fanno la differenza è anche all'origine degli "olè" che a mo' di corrida risuonano negli stadi di tutto il mondo, quando una squadra scherza con l'altra.

Messico e dribbling. La data esatta del copyright ė il 20 febbraio 1958, il luogo Città del Messico, l'arena lo stadio Universitario, che dieci anni dopo ospiterà Olimpiadi di Bob Beamon e Tommy Smith. L'occasione, la seconda edizione di un torneo pentagonale amichevole con un cast di qualità. Partecipano il Botafogo campione carioca, il River Plate campione d'Argentina, il Guadalajara campione del Paese ospitante, più altri due club messicani, il Toluca vicecampione uscente e lo Zacatepec. Le star sudamericane intascano cachet a cottimo: 10mila dollari a partita per gli argentini, appena duemila per i brasiliani.

La formula prevede un round robin secco: nel '57 ha vinto il Peñarol, stavolta trionfa il Guadalajara. La partita più attesa, però, è Botafogo-River: il meglio del football latinoamericano dell'epoca, squadre di altissimo livello, principali tributarie delle rispettive nazionali, che attirano sugli spalti un considerevole numero di spettatori neutrali.

Lo scontro non delude le attese: riesce durissimo ed equilibrato, finisce 1-1, ma passa alla storia per quello che accade sulla fascia destra brasiliana, quella presidiata da Garrincha. Il fenomeno zoppo fa ammattire il dirimpettaio, che si chiama Federico Vairo ed è tutt'altro che una scartina: titolare in nazionale e punto di forza del River, insomma un monumento. Ogni volta che entra in possesso Garrincha lo punta, e lo ubriaca con le celebri finte e controfinte, specialità della casa, mettendolo sistematicamente a sedere. Il povero Vairo non vede letteralmente palla: Garrincha ci prende gusto e cerca sempre il dribbling, anche tornando sui suoi dinoccolati passi, anche se altre giocate sarebbero più produttive. Anche danzando attorno al rivale senza muovere la palla, che resta dietro: ma Vairo, confuso, non se ne accorge se non quando Garrincha la riprende, tra lo stupore degli astanti. 

Gente in visibilio. Il pubblico, ammirato, sottolinea ogni magia con un "olè": diventa la colonna sonora del match. La gente giunge a invocare il passaggio all'ala destra, per aggiungere un'altra tacca alla collezione di dribbling vincenti e vedere se il terzino mancino biancorosso finalmente si inventa la giusta contromisura.

Vairo, suonato, ha il merito di non rifugiarsi nelle maniere forti. A porre fine alla mattanza è l'allenatore del River, José Maria Minella, che saggiamente si comporta come il secondo che getta la spugna dall'angolo prima che il suo pugile vada ko: chiama il cambio e risparmia al suo difensore altri imbarazzi. Passando dalla panchina Vairo - felice che l'incubo sia finito anzitempo - borbotta un eloquente "niente da fare, impossibile fermarlo".

Il dopo. Quattro mesi dopo, in giugno, Garrincha vince il suo primo Mondiale col Brasile; in Svezia c'è anche Vairo con la sua Argentina, che però torna subito a casa dopo tre deludenti gare del girone. Garrincha vincerà tutto, in patria e in nazionale; Vairo andrà anche a giocare in Cile e Colombia. Ma resterà sempre legato a quell'episodio, in sé desolante, alla lunga garante di immortalità, benché nel ruolo della vittima.

Guarda un'antologia dei dribbling di Garrincha

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