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Il miracolo di Cordoba

I giocatori dell'Independiente a muso duro con l'arbitro Barreiro

I giocatori dell'Independiente a muso duro con l'arbitro Barreiro

Cosa fareste voi se, a pochi minuti dal gong di una finalissima, vi facessero un gol irregolare potenzialmente decisivo, cacciandovi pure tre giocatori per proteste? Questa è la storia di una notte così: protagonista l'Independiente di Avellaneda, periferia meridionale della grande Buenos Aires, fondata nel 1905 dai giovani commessi di un negozio di abbigliamento. Maglie rosse in omaggio al Nottingham Forest, è tra le società più amate e titolate d'Argentina (16 scudetti) e del mondo. Straordinario soprattutto il ruolino in Coppa Libertadores: sette finali giocate, tutte vinte, non a caso è soprannominata Rey de Copas. Ne sono discese pure due coppe Intercontinentali: poche, a fronte di partecipazioni mai banali.

Il periodo d'oro negli anni '70, ricchi di trofei: al culmine del dominio, 4 Libertadores di fila (1972-1975) e altrettanti campionati. L'impresa più incredibile non è la più prestigiosa, ma spiega tante cose sul Dna vincente del club. È quella che vi raccontiamo oggi.

Lo scenario. Per inquadrare la situazione servono due premesse. Una sportiva: tra il 1967 e il 1985 in Argentina il calendario calcistico segue l'anno solare e si disputano due campionati distinti. Il Metropolitano è a girone unico con i soli club delle province di Baires, Rosario e Santa Fe. Il Nacional, a gruppi e poi a eliminazione diretta, riguarda i rappresentanti di tutte le zone del Paese, qualificati nella prima parte della stagione attraverso i rispettivi tornei regionali. La temporada 1977 è oversize e sconfina nell'anno seguente: il Metropolitano si disputa su ben 46 giornate, tra il 20 febbraio e il 13 novembre, con la coda dello spareggio salvezza giocato il 16; il Nacional parte il 20 novembre e si chiude con la finale di ritorno il 25 gennaio 1978.

L'altra premessa è sociale. Il Paese vive un momento triste e particolare: dal 24 marzo 1976 comanda una feroce dittatura militare, che rapisce e uccide oppositori e gente comune. Nel 1978 l'Argentina si accinge a ospitare i Mondiali, assegnati in tempi non sospetti, addirittura nel 1964: il calcio diventa per il regime di Videla una straordinaria arma di distrazione di massa, gli stadi pieni servono a fingere che fuori non stia succedendo niente, il trambusto degli spalti copre le urla dei torturati nei centri di detenzione.

L'Independiente è uno squadrone con campioni iconici. Ruben Pagnanini e Hugo Villaverde sono terzini spettacolari, Enzo Trossero un centrale dominante che per di più segna come un attaccante e non sbaglia un rigore, Omar Larrosa e Mariano Biondi esterni di classe,  Ricardo Bochini un piè fatato capace di inventare qualunque cosa, Daniel Bertoni un bomber spaccapartite, Norberto Outes un centravanti classico coi fiocchi. In panchina c'è un giovane, il 35enne José Omar Pastoriza detto Pato: appena chiusa in Francia una buona carriera da centrocampista, ha preso in mano l'Independiente, per la quale ha giocato (e vinto) fino al 1972.

Calcio e politica. In questo scenario, il campionato Metropolitano 1977 va al River Plate, che precede di due punti l'Independiente grazie alla falsa partenza di Bochini e compagni: ottengono la prima vittoria solo al settimo turno, quando i rivali sono già in fuga, poi recuperano ma non riescono a completare la rimonta, nonostante il vantaggio negli scontri diretti (2-1 e 1-1).

Vincono i gironi del successivo Nacional due squadre della regione della capitale, Independiente ed Estudiantes La Plata, e due dell'interno, Talleres di Cordoba e Newell's Old Boys di Rosario. Le semifinali sono drammatiche. Sabato 14 gennaio si giocano Estudiantes-Independiente e Talleres-Newell's, entrambi i match finiscono 1-1. Mercoledì 18 il ritorno: il Talleres deve vincere fuori casa e lo fa a tre minuti dalla fine, quando Humberto Bravo in un'area affollatissima converte un perfetto assist dal fondo di José Reinaldi. Non meno avventuroso il biglietto staccato dall'Independiente, che ha bisogno dei supplementari per eliminare i platensi (3-1).

La finale è inedita e non si gioca solo sul campo: ha notevoli risvolti politici. I due presidenti sono figure emergenti nel panorama calcistico nazionale: i più autorevoli candidati alla leadership della Afa, la federazione argentina, che nel 1979, archiviato il Mundial gestito direttamente dai militari, ha in programma il rinnovo delle cariche apicali. Julio Grondona, industriale della ferramenta, numero uno dell'Independiente dal 1976 dopo aver creato dal nulla l'Arsenal a Sarandí, sobborgo di Avellaneda, rappresenta lo status quo dei potentissimi club della capitale federale. Amadeo Nuccetelli, gran capo del Talleres, imprenditore polivalente (dal mercato immobiliare a quello automobilistico, passando addirittura per le lotterie), è il paladino dei club del interior, che mirano ad aumentare visibilità e voce in capitolo.

Una spinta centrifuga cavalcata anche del locale governatore del regime militare: il generale Luciano Benjamin Menendez, conosciuto come la Hyena, comandante del Terzo Corpo dell'esercito a Cordoba, tra i principali ideologi della repressione argentina. È tifoso dichiarato del Talleres e assiduo frequentatore della tribuna d'onore della Boutique de Barrio Jardín, l'angusta tana dei blanquiazules, ventimila posti stando stretti. Menendez appoggia il sogno del Talleres nella doppia veste di tifoso e gerarca. Quanto questo sostegno sconfini dell'ingerenza non è ancora oggi dato sapere: Nuccetelli anche a molti anni di distanza ha negato aperti favoritismi, liberi di credergli o no.

Fischi e polemiche. I tifosi neutrali preferiscono il Talleres, quelli che non hanno mai vinto niente, contro l'Independiente, quelli che vincono un po' troppo spesso. Sabato 21 gennaio alla Doble Visera di Avellaneda va in scena il primo atto: finisce 1-1, segnano prima Trossero e poi Cherini, entrambi su rigore. La sera del 25 gennaio il ritorno al Barrio Jardín: una partita entrata nella leggenda, vietata ai deboli di cuore e scandita da incredibili colpi di scena.

Tutta Cordoba, addobbata con i colori della squadra, e tutta l'Argentina, davanti alla tv, accompagnano all'impresa il Talleres: per la regola dei gol in trasferta basta lo 0-0, in città è pronta la festa. Ma dopo mezz'ora di dominio rosso una zuccata di Outes, su lungo traversone di Larrosa e sponda aerea di Trossero, sblocca il punteggio e gira l'inerzia. Si va all'intervallo così, e alla ripresa è tutta un'altra partita. C'è chi dice che negli spogliatoi accada qualcosa di strano, forse una visita degli emissari di Menendez: fatto sta che all'improvviso l'arbitro, l'internazionale Roberto Barreiro, che ha già diretto la prima semifinale col Newell's venendone contestato, cambia metro e diventa smaccatamente casalingo.

Al quarto d'ora capita che un cross dal lato corto dell'area sbatta sul petto di Pagnanini: Barreiro vede un fallo di mano e tra le proteste dei rojos decreta il rigore, che lo specialista Ricardo Cherini trasforma. Al 25' il fattaccio che fa da spartiacque a tutta la faccenda: sugli sviluppi di un corner per il Talleres spiove un cross alto su cui Angel Bocanelli - esterno d'attacco che dà del tu al gol, in carriera sfiorerà quota cento - salta e colpisce di pugno, mandando il pallone nel sacco. Barreiro stavolta non vede mani galeotte e convalida: scoppia il putiferio.

Benché Bocanelli abbia sempre sostenuto la regolarità del gol, il suo stesso allenatore Roberto Saporiti già a caldo lo sconfessa: "Il fallo di mano era evidente, e non era la prima volta che Angel provava a segnare in quel modo. Quando l'ho visto andare in elevazione ho pensato: adesso mette il pugno".

Tutta l'Independiente, panchina compresa, zompa in campo e circonda l'arbitro con fare minaccioso. Barreiro si difende con le armi del mestiere, i cartellini: caccia nell'ordine Ruben Galvan (che esclama in faccia al direttore di gara: "Sono padre di due figli e questa è una vergogna, buttami fuori!"), Larrosa e Trossero. Pastoriza tiene a freno gli altri, molti dei quali vogliono abbandonare il campo. Quelli che contano nel mondo rojo non si arrendono: Outes e Bochini - che ha carisma da vendere, e proprio quel giorno compie 24 anni - convincono tutti a rimanere. Li spalleggia Pastoriza, che arringa: "Continuate a giocare, siate uomini: la vinciamo". In tribuna Grondona deve ribollire, ma non fa sceneggiate e conferma: giocate.

La rabbia e l'orgoglio. In otto contro undici, con un gol da rimontare nell'inferno di uno stadio nemico che ha un piede e mezzo in paradiso e non fa nulla per nasconderlo, l'Independiente moltiplica le energie. Pastoriza, tecnico offensivo, si gioca tutto e prima ancora che riprenda il gioco sguinzaglia le sue riserve di lusso: entrano Biondi e Bertoni, quest'ultimo appena recuperato per la panchina dopo un lungo infortunio. Si riparte e Bochini rischia grosso, assestando un calcione alla schiena di Victorio Ocaño a centrocampo: l'arbitro per sua fortuna stavolta non prende provvedimenti.

Qui forse al Talleres viene il braccino, o forse davvero la rabbia fa la differenza: la corrida continua, l'Independiente prende campo e al 38' il meraviglioso duo Bochini-Bertoni decide il campionato con un'azione da scuola calcio. I due dialogano nello stretto con Biondi sulla trequarti intasata, portando a spasso la difesa avversaria, portiere compreso: il colpo finale è del Bocha, che appena dentro l'area battezza l'unico pertugio disponibile, proprio sotto la traversa, dove il difensore accorso disperatamente a guardia della porta vuota non può arrivare.

Sul Barrio Jardín cala il silenzio, mentre il manipolo dell'Independiente stipato in un angolo libera la gioia. Mancano sette minuti in cui i rojos stremati si arroccano, con un Outes gigantesco piazzato in difesa, e il Talleres attacca a testa bassa senza profitto. Cordoba, el interior e pure Nuccetelli vedono svanire i loro sogni. "La verità - parole di Miguel Oviedo, giocatore del Talleres - è che non eravamo pronti per vincere. Era tutto a nostro favore, eppure dentro di me temevo che ci mancasse qualcosa. Infatti perdemmo".

Il prosieguo. Senza I tre espulsi di Cordoba, squalificati a lungo, l'Independiente non brilla nel successivo Metropolitano. Ma col loro rientro cambia marcia e rivince il Nacional, stavolta superando il River Plate nella doppia finale del gennaio 1979. I rossi continuano a mietere successi e nel 1984 ripetono la doppietta del 1973: Libertadores e Intercontinentale. Il Talleres torna nell'anonimato, uscendone brevemente solo nel 1999 quando vince la Coppa Conmebol, modesta equivalente latinoamericana della nostra fu Coppa Uefa. Quella di Cordoba è l'ultima partita in maglia rossa di Bertoni, top player che dopo il Mundial va in Europa, al Siviglia.

L'Argentina nel giugno 1978 diventa campione del mondo, in un torneo pure pesantemente condizionato dalla dittatura: tra i 22 di Menotti ci sono quattro uomini dell'Independiente (Ruben Galvan, Pagnanini, Larrosa e Bertoni) e tre del Talleres (Luis Galvan, Oviedo e Valencia), più Saporiti cooptato nello staff tecnico.

Grondona, abilissimo nel convertire a suo favore qualsiasi situazione, esce doppiamente trionfatore dalla finale scudetto: la gestione della vicenda gli vale l'endorsement del regime e nell'aprile 1979 viene eletto capo della Afa, mentre la stella di Nuccetelli si eclissa. Rimarrà in carica fino alla morte, nel 2014, diventando poi vicepresidente della Fifa, sponsorizzato dal padre padrone Joseph Blatter, e vincendo il Mundial '86. Coinvolto in numerosi scandali, esce sempre indenne dai processi. Abbandona la presidenza dell'Independiente già nel 1981.

La dittatura finisce nel 1983, dopo aver ammazzato 30mila desaparecidos. Superato un periodo di transizione e pacificazione nazionale, scandito da indulti e amnistie varie, si apre la stagione della vera resa dei conti. Menendez, come gli altri leader della giunta militare, finisce in tribunale per i delitti compiuti: riconosciuto colpevole di genocidio, accumula 13 ergastoli e altre condanne minori per l'assassinio accertato di oppositori e il rapimento di neonati figli dei prigionieri. Crimini orribili, che rappresentano solo la punta dell'iceberg dei soprusi commessi nei 238 centri clandestini di detenzione di cui era responsabile. Viene punito ormai novantenne e vanta il triste record delle pene collezionate: più di Videla, Massera, Viola e gli altri capi assoluti del regime. Muore nel 2018.

Guarda la sintesi di Talleres-Independiente del 25 gennaio 1978

Guarda il racconto di Bochini e Bertoni

Guarda un reportage dell'epoca sul prepartita 

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