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L'incubo del Bayern a Lilliput

Veine Wallinder segna il 2-0 sotto gli occhi esterrefatti di Beckenbauer

Veine Wallinder segna il 2-0 sotto gli occhi esterrefatti di Beckenbauer

Cos'hanno in comune Monaco di Baviera, cuore pulsante dell'economia tedesca, e Åtvidaberg, piccolo paese della Svezia meridionale, a metà strada tra Stoccolma e Göteborg? Una partita di calcio, disputata il 3 ottobre 1973: di fronte un manipolo di semisconosciuti dilettanti e lo squadrone che si apprestava a ereditare lo scettro dell'Ajax, vincendo tre Coppe dei Campioni consecutive ed esprimendo l'ossatura della nazionale campione d'Europa e del mondo. Quella sera, in una delle tante sliding doors con cui amano trastullarsi gli dei del calcio, il ciclo dell'invincibile armata guidata dal Kaiser Beckenbauer rischiò di non cominciare nemmeno.

La squadra aziendale e Pelé. Il Bayern in pochi anni di irresistibile ascesa era diventato una potenza tecnica, economica e politica. Il sorteggio del primo turno della Coppa dei Campioni 1973/74 aveva regalato ai re di Germania il modesto Åtvidaberg, squadra svedese che nell'autunno 1972, in capo a una crescita lenta ma costante, dopo aver conquistato due coppe nazionali di fila (1970 e 1971), aveva vinto il suo primo scudetto, e si apprestava al bis in un campionato tarato sull'anno solare per ragioni climatiche.

Fondata nel 1907, espressione di una cittadina prima mineraria e poi industriale, era un caso di scuola di società aziendale: costituiva parte integrante della Facit, un colosso tecnologico paragonabile alle odierne multinazionali dell'informatica. Facit era leader mondiale delle macchine per ufficio: il core business erano le calcolatrici meccaniche a manovella. Sede direttiva e fabbrica erano il sole attorno a cui girava la galassia dell'economia locale, dando da mangiare praticamente a tutta la popolazione.

Colori blu e bianco, l'Åtvidaberg aveva nello stemma il simbolo del rame - segno della simbiosi con la storia del territorio - e giocava le partite casalinghe allo stadio Kopparvallen (letteralmente "muro di rame"), tribune in legno strette tra la chiesa e la scuola, ottomila posti per una popolazione indigena di settemila anime. I giocatori, formalmente dilettanti, erano dipendenti della ditta: ai fini dell'ingaggio, accanto alle doti pedatorie, costituiva titolo preferenziale un pezzo di carta a tema.

Al comando c'era la famiglia Ericsson: il patriarca Elof, morto nel 1961, aveva fondato azienda e squadra; il rampollo Gunnar, inizialmente destinato alla carriera militare, ne aveva preso il posto dopo la precoce scomparsa del fratello minore Lars, erede designato. Padre e figlio furono anche nelle rispettive epoche presidenti federali e politici di primo piano. Con entrature consistenti, al punto che per corroborare il business arruolarono persino Pelé: i bicampioni del mondo in carica del Brasile a fine giugno del 1966 fecero una settimana di ritiro premondiale nella campagna svedese, invitati e spesati dalla Facit, che mise il proprio marchio in bella mostra ovunque. Fu uno strepitoso ritorno d'immagine per la città, l'impresa e la Svezia tutta: fecero il giro del mondo le foto di Pelé e Garrincha in allenamento al Kopparvallen.

La notte magica di Torstensson. Gli svedesi non avevano alcun pedigree, ma nel novembre 1971, all'esordio in Coppa delle Coppe, avevano portato a casa lo scalpo eccellente del detentore Chelsea, arrivando ai quarti di finale grazie a due pareggi e al bunker allestito a Stamford Bridge. Precedente che non preoccupava granché i tedeschi: tanto più che giusto poche settimane prima, nel mercato estivo, i due migliori giocatori biancoblù, gli attaccanti Ralf Edström e Roland Sandberg, entrambi titolari in nazionale, erano stati venduti rispettivamente al PSV Eindhoven e al Kaiserslautern.

Nella gara d'andata, il 19 settembre 1973 a Monaco, l'Åtvidaberg fece quel che poté: rischiò di segnare alla prima azione, ma già al 3' si arrese a Gerd Müller e allora, temendo la goleada, eresse le barricate a oltranza. A metà ripresa mise il naso fuori e pareggiò grazie a una giocata di Reine Almqvist, che rientrando da destra fece un tunnel a Beckenbauer e poi mise in mezzo, dove Dürnberger, forse scosso per il sacrilegio a cui aveva appena assistito, ciabattò malamente nella propria porta. Nel giro di pochi minuti successe di tutto: da una parte Augustsson - forse sfruttando lo sconcerto dei rivali - colpì il palo, dall'altra Kent Karlsson di testa deviò un cross per un autogol da manuale. Infine ancora il satanasso Müller firmò il 3-1, che pareva garantire un ritorno tranquillo. Il Bayern, che in campionato era in difficoltà, giocò male e fu fischiato dal pubblico: ma era anche nettamente superiore.

Invece il 3 ottobre, nel Kopparvallen mai così pieno (polverizzati più di novemila biglietti), lo squadrone di Maier, Beckenbauer, Breitner, Hoeness e Müller precipitò in uno psicodramma. Dopo appena 12 minuti l'Åtvidaberg aveva già ribaltato l'inerzia, portandosi sul 2-0 che gli sarebbe valso una clamorosa qualificazione: merito della 24enne mezzala Conny Torstensson, professione programmatore meccanico, che incornò una bella palla scodellata da Nils Nilsson, e del veterano Veine Wallinder, che convertì a dovere un traversone di Olsson nella completa ignavia dei centrali ospiti. Il Bayern, sballottato e incredulo, orfano anche del guerriero Breitner sostituito per infortunio dopo il secondo gol, irretito dalla bolgia e dal campo stretto, non si raccapezzava: si narra che nell'intervallo il presidente Neudecker, raggelato da quanto stava vedendo, scese negli spogliatoi e per scuotere la truppa raddoppiò il premio qualificazione. Alla ripresa le cose non migliorarono: anzi, il Bayern buscò pure il terzo, una sassata mancina da lontanissimo ancora di Torstensson - imprendibile, di gran lunga il migliore in campo - che Maier lesse male. Mancavano 17 minuti, il destino pareva compiuto e lo stadio non stava nella pelle.

Colpi di coda. Ma i campioni, e vieppiù tedeschi, non sarebbero tali se si arrendessero financo all'evidenza. Fu un'estemporanea zampata di Uli Hoeness a fermare il funerale già apparecchiato. Sul 3-1 si andò ai supplementari e gli svedesi rimasero in dieci: si infortunò Andersson e l'allenatore Otto Dombos, uno dei tanti ungheresi giramondo finiti su panchine di ogni ordine e grado, aveva già esaurito i cambi. Ma l'occasione più grande fu ancora dei biancoblù: l'ennesima giocata di Torstensson, che Beckenbauer neutralizzò in extremis a Maier battuto. Il portiere svedese Blomberg dall'altra parte si incaricò di stoppare le preghiere di Dürnberger e Kapellmann. Si giunse così ai rigori, e all'ultimo chilometro della maratona operai e impiegati ripresero a sognare: l'errore di Gersdorff, uno dei pochi terrestri di un organico marziano, li issò sul 3-2 a due tiri dal verdetto.

Nel momento della verità, però, emersero la lucidità dei professionisti consumati e il braccino degli inesperti dirimpettai. Hoeness segnò, Karlsson si fece deviare il tiro molle da Maier ("Ero paralizzato dalla paura", si giustificò poi), Beckenbauer timbrò. Restava solo il turno di Leif Franzen, rigorista per caso, dopo che Andersson era uscito e Wallinder, stremato, aveva declinato l'onere: solo contro il mondo, non centrò nemmeno lo specchio. Tale era la tensione che i tedeschi avevano perso il conto dei penalty, e prima di esultare chiesero all'arbitro - non uno qualsiasi: l'inglese Jack Taylor, che nove mesi dopo avrebbe diretto l'epilogo iridato Germania Ovest-Olanda - se davvero era finita. Scampato il pericolo, il Bayern si abbracciò manco fosse la finalissima.

Ascesa e discesa. In finale i bavaresi ci arrivarono davvero, prima squadra tedesca a riuscirci, dopo un cammino ricco di pathos. Vi trovarono l'Atletico Madrid e vinsero, in maniera iconicamente crudele e molto teutonica: prima pareggiando all'ultimo minuto dei supplementari con un tiro della domenica di un difensore, poi schiantando i rivali (4-0) nell'unica ripetizione della storia della Coppa dei Campioni. Fu l'abbrivio a un dominio triennale, che proiettò nella leggenda dei vincenti un club relegato fino a pochi anni prima in serie B.

L'Åtvidaberg nel 1973 si confermò campione di Svezia, rigiocò la coppa più importante (edizione '74/75) e arrivò ancora ai quarti, dove si imbatté nel Barcellona di Cruijff: non ebbe scampo, e per di più accettò di giocare entrambe le partite al Nou Camp, in cambio di una somma di denaro che il club blaugrana versò nelle esangui casse biancoblù. Già, perché proprio nel momento d'oro della squadra iniziò la deriva dell'azienda: il ciclo felice era concluso. La casa madre incappò dalla sera alla mattina in una crisi irreversibile: la Facit non seppe e non volle adeguarsi al progresso tecnologico, il fatturato colò a picco e fioccarono i licenziamenti. 

Le macchine per ufficio elettriche e i primi rudimentali computer avanzavano, sottraendo rapidamente fette di mercato che le manovelle non avrebbero mai potuto recuperare. Si tentò una tardiva riconversione vendendo la società a Electrolux (1973), ma il treno ormai era passato: la fabbrica-mamma non poteva più sfamare i figli. All'inizio degli anni Ottanta ci fu l'ulteriore cessione a Ericsson, che realizzò ad Åtvidaberg computer di fascia medio-bassa che in patria ebbero discreto successo: ma nel 1988 anche questa via fu abbandonata e nel 1998 la Facit cessò di esistere. La squadra già nel '76 retrocedette e finì nell'anonimato, rialzando brevemente la testa solo con la finale di Coppa di Svezia persa nel 2005 contro il Djurgarden. Oggi milita in quarta divisione.

Mr. Europa. Ma l'impresa sfiorata il 3 ottobre 1973 segnò la svolta nella carriera del giocatore simbolo di quella notte pazzesca. I tedeschi rimasero impressionati dalla prestazione di Conny Torstensson. Neudecker a caldo esclamò "dobbiamo comprare quello con le scarpette rosse", ma nella concitazione aveva visto male: citava Almqvist, mentre per fortuna l'allenatore Lattek e il direttore generale Schwan si segnarono il giocatore giusto, che non portava calzature sgargianti.

Nel mercato di riparazione del 1973 dunque il Bayern prese il 24enne Torstensson, dandogli la maglia numero 7 e il posto di ala destra nel tridente delle meraviglie con Uli Hoeness e Gerd Müller, silurando Gersdorff che fu restituito al Braunschweig, da dove era appena arrivato. Fu l'acquisto dell'anno: i tifosi lo adorarono da subito e lo soprannominarono "Mr. Europa", poiché l'ex programmatore della Facit risultò determinante nel triennio d'oro dei bavaresi nelle coppe, con gol e assist pesantissimi. Passò in particolare alla storia vincendo praticamente da solo la semifinale 1974 con gli ungheresi dell'Ujpest. Col Bayern conquistò tutto, poi andò allo Zurigo e infine chiuse cerchio e carriera nel club che lo aveva lanciato.

Guarda una sintesi di Åtvidaberg-Bayern

Guarda una sintesi di Barcellona-Åtvidaberg

Guarda un reportage sull'Åtvidaberg anni '70

Guarda la marcia del Bayern campione d'Europa 1974

Guarda il Brasile in ritiro al Kopparvallen nel giugno 1966

Guarda ancora il Brasile ad Åtvidaberg a colori

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