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L'estate dei campioni... in affitto

I vincitori, gli inglesi del Wolverhampton in quota Los Angeles, col patron Cooke

I vincitori, gli inglesi del Wolverhampton in quota Los Angeles, col patron Cooke

Il soccer - la versione yankee del calcio - è pressoché coevo del gemello britannico: si gioca dalla metà del XIX secolo e negli anni '20 del XX c'è una prima golden age. Poi però il sistema implode, per la sua fragilità e per la concorrenza forte di fenomeni di massa più vicini alla cultura a stelle e strisce: football, baseball, basket, hockey.

La nazionale americana che nel 1950 mette a segno la prima grande sorpresa del calcio che conta, battendo l'Inghilterra al Mondiale brasiliano, non ha alle spalle né un bacino professionistico né un vero campionato: si disputano leghe locali, ciascuna con le proprie amene regole. Il panorama è amatoriale e tale rimane fino a metà degli anni '60, quando improvvisamente il soccer balza in prima pagina.

Il sogno e la realtà. Merito della Coppa Rimet che si gioca in Inghilterra nel luglio del 1966: il successo di audience televisiva (9 milioni di spettatori sulla Nbc per la finale) è clamoroso e ispira un manipolo di magnati che, già impegnati nello sport di vertice, decidono di cavalcare l'inedita onda. Sono nomi noti agli sportivi nordamericani: Bill Cox, proprietario dei Philadelphia Phillies di baseball, già patron di tornei calcistici estivi allestiti invitando team europei e sudamericani; Jack Kent Cooke, che a Los Angeles possiede le franchigie di basket (Lakers) e hockey ghiaccio (Kings); e come tessitore l'avvocato californiano Richard Millen.

Peccato che i tre litighino quasi subito, col risultato di complicare un'impresa già di per sé ardua. Nel 1967 fondano due leghe rivali: Cooke vara la Usa (United Soccer Association), Millen e Cox rispondono con la Npsl (National Professional Soccer League). La prima ha più fondi e la benedizione della Fifa, che la riconosce ufficialmente; la seconda ha più visibilità, grazie all'accordo con la Cbs per la trasmissione televisiva delle gare. Dettaglio, quest'ultimo, che solletica la maggior parte dei giocatori, i quali non si fanno problemi a passare armi e bagagli alla concorrenza, lasciando in braghe di tela le rispettive società Usa.

Che fare? Mollare non si può, sarebbe una figuraccia epocale. Cooke s’ingegna e trova una soluzione incredibile, in parte copiata dai precedenti di Cox: cerca e trova, tra Europa e Sudamerica, intere squadre da prendere letteralmente in affitto. L'idea è importarle negli Stati Uniti e farle giocare sotto le mentite spoglie delle franchigie Usa spolpate della materia prima. Naturalmente a titolo oneroso, e d'estate, quando i campionati di provenienza sono fermi. Ogni club ingaggiato intasca 250mila dollari, che per l'epoca sono bei soldini.

Abbinamenti e poche stelle. Aderiscono 12 club, nemmeno di primissima fascia a casa loro, che vengono abbinati alle città statunitensi, in parte tenendo conto delle minoranze etniche presenti. Tre sono inglesi: il Wolverhampton diventa Los Angeles Wolves, lo Stoke City prende il nome di Cleveland Stokes, il Sunderland va a Vancouver e si chiama Royal Canadians. Tre anche le scozzesi: l'Aberdeen si traveste da Washington Whips (e vanta un abbonato d'eccezione, il presidente Lyndon Johnson), l'Hibernian Edimburgo è il Toronto City, il Dundee United si trasforma in Dallas Tornado. Due sono irlandesi: lo Shamrock Rovers, trasferito da Dublino a Boston dove è fortissima la comunità del trifoglio; e il Glentoran, che da Belfast fa rotta su Detroit dove abbraccia la causa dei Cougars. Dall'Italia arriva il Cagliari, che sta cominciando il ciclo che lo porterà allo scudetto, e colà si ricicla come Chicago Mustang, strizzando l'occhio agli immigrati italiani. Dall'Olanda ecco il Den Haag Ado, alfiere di San Francisco sotto le insegne Golden Gate Gales. Dal Brasile sale il Bangu, destinato ai panni degli Houston Stars. Infine l'Uruguay manda il Cerro, che da Montevideo si sposta a New York come Skyliners.

Come si vede, un panorama vario, con poche stelle: il faro è Gordon Banks, leggendario portiere della nazionale iridata, che gioca nello Stoke. Miglior esponente del suo Paese è l'Aberdeen, quarto nella Scottish Premier League 1966/67, mentre il Wolverhampton proviene addirittura dalla seconda divisione inglese. Per tutti l'occasione ghiotta di una vacanza esotica ben retribuita.

L'organizzazione è precaria e il livello mediocre. Si gioca dove capita, anche in stadi di baseball, col monte di lancio lasciato lì nel bel mezzo del campo. Dopo un iniziale discreto riscontro, la cornice di pubblico scarseggia: media di 7mila presenze in arene molto più grandi. Le squadre indossano strambe divise ibride, con i colori originari e la foggia calcistica, ma col numero cubitale anche sul petto, in stile americano. Diverse gare finiscono in rissa, perché la condizione scarsa nuoce alla concentrazione. Per di più, a torneo inoltrato diversi protagonisti mollano e prendono l'aereo, perché in patria si avvicina l'inizio della nuova stagione. Il Cagliari, per esempio, incassa l'ingaggio e piazza Boninsegna al vertice della classifica marcatori, ma pur trovandosi in lizza si guarda bene dal qualificarsi per la finale.

Finale pirotecnica. Si gioca tra il 27 maggio e il 14 luglio, praticamente ogni tre giorni, con un calendario all'americana e una classifica divisa in conference su base geografica: la prima di ciascun gruppo va alla finale secca. Mentre nella Western il Wolverhampton stacca Den Haag e Cagliari, nella Eastern il verdetto è un thriller: a fine girone lo Stoke ha un punto di vantaggio su Aberdeen e Hibernian, ma l'Aberdeen deve rigiocare la partita coi Wolves, perché nel primo match, disputato il 20 giugno e finito 1-1, l'arbitro ha consentito tre sostituzioni mentre il regolamento ne autorizza due. Un pasticcio che gli scozzesi volgono a proprio favore. Nella ripetizione del 10 luglio gli inglesi di fatto si scelgono l'avversario per la finale: un po' risparmiano energie e un po' studiano i Whips, che vincono facile (3-0), beffano Cleveland e guadagnano il pass per l'atto decisivo.

Che si disputa appena quattro giorni dopo nell'oceanico Coliseum di Los Angeles, scelto per sorteggio tra le sedi delle due finaliste. Wolves-Aberdeen si rivela la più pazzesca delle 74 partite della lega: finisce 6-5 per gli anglo-californiani, dopo ben 126 minuti di battaglia scandita da botte, emozioni, papere, numeri, difese allegre e ribaltoni. Non bastano i tempi regolamentari, finiti 4-4 (con quattro gol in 4' a metà ripresa), né i supplementari, in cui si segna un altro punto per parte. In entrambi gli ultimi minuti, peraltro, è il 19enne scozzese Munro a rinviare il verdetto: la seconda volta giusto al 120' spaccato, trasformando da veterano un penalty. In più, strada facendo vanno annotati un sacco di scaramucce mal tenute a bada dal mediocre arbitro Giebner, un'espulsione (Jimmy Smith dell'Aberdeen, in un primo tempo da corrida) e un rigore parato (dallo scozzese Bobby Clark, sul 5-4 per i Wolves, nel secondo supplementare).

Come risolverla? All'americana: si gioca a oltranza, finché, al 6' del terzo overtime, un goffo autogol di Ally Shewan su un cross senza troppe pretese di Bobby Thomson fissa il risultato, nel primo match calcistico della storia deciso dalla sudden death. Il tutto davanti a 17mila spettatori, belli comodi in uno stadio da centomila. Al club vincitore vanno i tremila dollari previsti: ma Cooke, nella scia delle emozioni appena vissute, gratifica del medesimo premio anche gli sconfitti. Cifra simbolica, ma tant'è. 

L'altra parrocchia. Non va meglio il rivale campionato Nsl, meno partecipato (10 squadre), più lungo (da aprile a settembre) e altrettanto dimenticabile. Pure condizionato dal contratto televisivo: all'indomani di Toronto-Pittsburgh del 15 maggio l'arbitro Peter Rhodes ammette candidamente di aver fischiato diversi falli al solo scopo di consentire alla Cbs di mandare gli spot pubblicitari, in qualche caso addirittura redarguendo i giocatori, "colpevoli" di voler riprendere il gioco troppo in fretta, prima che tornasse la linea.

Qui le franchigie sono originali, ma composte appena da una manciata di nativi americani tra una marea di mercenari e naturalizzati. Il bizzarro regolamento premia la vittoria con 6 punti, il pareggio con 3, e assegna un ulteriore punto di bonus a chi segna almeno tre gol. Anche questo titolo va in California: Oakland vince 4-1 la finale di ritorno, dopo aver perso 1-0 il primo round a Baltimora.

Il dopo. In entrambi i casi l'interesse di pubblico e media sconfina nella desolazione. Esperimento fallito: i litiganti si leccano le ferite e imparano la lezione. Per il 1968 Usa e Npsl confluiscono nella Nasl, la lega professionistica che negli anni '70 porterà in America svariati campionissimi a fine carriera, da Pelè, Cruijff e Beckenbauer in giù, facendo parlare di sé tutto il mondo, ma senza mai entrare davvero nel cuore della gente.

L'avventura, però, ha anche risvolti positivi: anticipa il futuro. Valgano per tutti i casi del portiere Clark e del difensore Munro, entrambi dell'Aberdeen. Frank Munro, autore di un'incredibile tripletta nella finale Usa, a gennaio 1968 passa proprio al Wolverhampton per 55mila sterline, rimanendovi fino al '77. E Bobby Clark, all'epoca 21enne, dopo essere entrato nella hall of fame dei Dons (425 presenze, più 17 caps con la nazionale, e vari successi in una lunga militanza chiusa nel 1982) contribuisce alla rinascita del soccer, lavorando per trent'anni come tecnico nei college nordamericani a partire dal 1985, vincendo anche il titolo Ncaa nel 2013 con Notre Dame.

Guarda la sintesi della finale Usa Wolves-Aberdeen

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