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1985, il derby di Sofia tra risse e ire di regime

Borislav Mihajlov, principale protagonista del derby ad alta tensione del 1985: l'ex portiere del Levski oggi è presidente della federazione bulgara
Borislav Mihajlov, principale protagonista del derby ad alta tensione del 1985: l'ex portiere del Levski oggi è presidente della federazione bulgara

Cska e Levski Spartak di Sofia stanno al calcio bulgaro dell'era comunista come Real e Barça a quello spagnolo di sempre. Come in tutto lo sport dell'Est, avevano ascendenze politiche e protettori neanche tanto oscuri nella nomenklatura. Il Cska, creato artificialmente dal regime nel 1948 fondendo realtà preesistenti, era la squadra del ministero della Difesa, quindi dell'esercito. Il Levski Spartak, nato nel 1914 per iniziativa di un gruppo di studenti e intitolato a Vasil Levski, eroe nazionale della liberazione dal giogo ottomano, aveva conservato una certa autonomia dalle autorità, ma faceva pur sempre riferimento al ministero dell'Interno, quindi formalmente era la squadra della polizia (e della polizia politica): infatti per un breve periodo, negli anni '50, si era chiamato Dinamo, come tutte le altre società "poliziotte" del blocco sovietico.

Il Cska, maglie rosse come da manuale di retorica patriottica, agli occhi della gente rappresentava il potere, quindi non era granché amato; al contrario del Levski Spartak, maglie blu, considerato vicino al popolo e assai seguito dai ceti medio-bassi. Messi insieme, nelle 43 stagioni dell'era comunista (1946-1989) i due prestigiosi club di Sofia conquistarono 39 scudetti (25 il Cska, 14 il Levski) e 29 coppe di Bulgaria (15 il Levski, 14 il Cska): un dominio pressoché assoluto, una diarchia inscalfibile.

Le tifoserie erano caldissime e spesso gli hooligans - soprattutto del Levski, la cui torcida è considerata ancora oggi la più violenta del Paese e tra le peggiori d'Europa - si scatenavano. I derby, sia di campionato che di coppa, rappresentavano veri e propri eventi, non solo sportivi: non si disputavano mai nei rispettivi piccoli impianti, bensì nell'enorme Stadion Vasil Levski, la casa della nazionale bulgara, campo neutro che garantiva un peggior colpo d'occhio ma un miglior controllo dell'ordine pubblico.

Proprio lì, mercoledì 19 giugno 1985, andò in scena l'ennesima finale stracittadina di Coppa di Bulgaria. Il Levski aveva una squadra giovane e promettente, che già innervava la nazionale e giocava un calcio d'avanguardia: era in testa al campionato e stava aprendo un ciclo, mentre i cugini militari chiudevano il loro. Fu una partita sentita e tesa, come sempre: stavolta, però, la situazione degenerò, anche per colpa dell'arbitro. L'internazionale Asparuh Yasenov, in giornata storta, commise gravi errori di valutazione e non seppe tenere a bada un clima che si faceva via via sempre più torrido, spingendo al parossismo la storica rivalità. Di più: si lasciò sballottare senza ritegno da giocatori esagitati, omettendo l'uso deterrente (e pienamente giustificato) dei cartellini.

Tutto cominciò quando, al minuto 26, Slavkov scattò su un lancio dalle retrovie di Iliev, anticipò il difensore con un tocco di braccio e andò a segnare l'1-0. Poi andò a esultare sotto la curva del Levski, mostrando il dito medio ai tifosi rivali. Intanto i giocatori in maglia blu protestavano energicamente, ma inutilmente: gol convalidato, né arbitro né guardalinee avevano visto la mano galeotta.

La partita, se possibile, si incattivì: entrate dure, rimostranze, provocazioni, parapiglia. Yasenov non ci capì nulla, seguitò a vivere nel suo bozzolo parallelo, sbagliando l'impossibile e finendo per strizzare l'occhio ai rossi, quel giorno in divisa bianca. Come quando, al 7' della ripresa, Markov franò al limite dell'area e lucrò la punizione: dopo varie altre contumelie assortite all'indirizzo dell'ineffabile fischietto, Vojnov poté battere e centrò l'angolino con un sinistro da manuale per il 2-0.

Il tappo saltò di lì a poco: si contesero una ribattuta il difensore Nikolov e il solito Slavkov, che si tuffò in area e Yasenov - lontanissimo - abboccò, assegnando il rigore. Per l'ennesima volta i giocatori in blu attorniarono l'arbitro: stavolta il portiere Borislav Mihajlov - numero uno della nazionale e uomo-copertina - non si limitò alle parole e spintonò più volte la giacchetta nera, mentre lo stopper Iliev le batteva ripetutamente la mano sulla spalla, come a fare i complimenti. Condotte da cartellino rosso, tollerate colpevolmente da Yasenov che non se ne adontò. Esaurite le scenate, Mihajlov parò il rigore farlocco a Markov.

Ormai era una corrida. Quando Yasenov si riebbe, e si decise a usare le maniere forti, era troppo tardi. Nel finale cacciò Nikolov (Cska) per un fallaccio e poi, in capo all'ennesima ammucchiata innescata da un tackle assassino, Yantchev (Cska) e Spasov (Levski). Mentre gli altri, comprese le riserve zompate dalla panchina, tra cui un giovanissimo Stoichkov, continuavano indisturbati a provocarsi e menarsi a bordocampo.

Anche il Levski provò ad approfittare della baraonda, e gli riuscì: a 7' dalla fine Sirakov svenne in area ed ebbe il penalty di prammatica, che trasformò di persona per il 2-1. Quando la partita finì, la battaglia proseguì: i giocatori del Levski attorniarono la terna arbitrale e completarono le rimostranze, con Mihajlov ancora in prima fila e impunito, e negli spogliatoi testimoni riferirono di altri focolai di rissa sedati a fatica.

I fatti di Sofia furono talmente clamorosi che irritarono persino il brutale regime di Todor Zhivkov. L'indomani i vertici del Partito comunista bulgaro si riunirono e partorirono punizioni esemplari. Il Politburo squalificò a vita quattro giocatori del Levski (Mihajlov, Spasov, Velev e Nikolov) e uno del Cska (Stoichkov), mentre altri ebbero squalifiche più brevi, fra i tre mesi e l'anno: tutti colpevoli di aver "violato le più elementari norme di comportamento sociale, degradato la dignità umana e offeso la morale sportiva socialista".

La mannaia si abbatté pure sui club: entrambi furono staccati almeno formalmente dai ministeri e persino rinominati. Così il Cska divenne Sredets (dall'antico nome della capitale) e il Levski divenne Vitosha (dalla montagna che domina Sofia). Le sanzioni toccarono anche gli esiti agonistici: quella coppa non fu assegnata e il campionato, al termine del quale mancava una sola giornata, venne concluso affibbiando la sconfitta a tavolino alle squadre dello scandalo. Beroe Stara Zagora e Dunav Ruse, avversarie dell'ultimo turno, ottennero così insperati punti salvezza senza nemmeno giocare. Lo scudetto fu consegnato d'imperio al Trakia Plovdiv, terzo e staccatissimo dalla coppia delle big. E l'anno seguente nessun team bulgaro fu iscritto alla Coppa delle Coppe.

La linea dura, però, si scontrò presto con la ragion di stato. Era alle porte il Mundial messicano, dove la Bulgaria tornava protagonista dopo un lungo oblio, e diversi calciatori sospesi erano perni della nazionale, a cominciare proprio dal portiere Mihajlov: i reprobi vennero dunque graziati di lì a qualche mese e andarono al Mondiale. Ma qualcuno pagò salatissimo per quei fattacci, rovinandosi la carriera. Per esempio Spasov e Nikolov, che avevano già firmato per il Porto: i loro precontratti furono stracciati e rimasero in patria. "Tentai di contattare i vertici del partito perché mi lasciassero andare ugualmente in Portogallo - ha raccontato in seguito Spasov - ma non ci fu niente da fare. E il Porto due anni dopo vinse la Coppa dei Campioni...".

Asparuh Yasenov, anni dopo, ha parlato così di quel terribile giorno: "Un brutto ricordo per me. Cercai di essere leale con entrambe le squadre, ma in partite così la pressione era insostenibile. Sia il ministero della Difesa che il ministero dell'Interno volevano dimostrare la propria supremazia, e i rispettivi capi in uniforme avevano trasmesso ai giocatori motivazioni esagerate. Alla vigilia nessuno fece pressioni su di me, ma era sempre complicato dirigere un Cska-Levski. Tutti sapevamo chi c'era dietro quei club: dovevamo essere perfetti, e quest'ansia poteva indurre a sbagliare. La verità è che in match del genere, indipendentemente dalla severità dell'arbitro, se i giocatori vogliono comportarsi male lo fanno e basta". Per evitare inconvenienti e indurre tutti alla calma, il precedente derby decisivo per lo scudetto, all'ultima giornata del campionato 1983/84, era stato affidato a un arbitro tedesco, il quotatissimo Dieter Pauly.

Aggiunse Yasenov: "Il momento chiave fu quel primo gol: ancora adesso non sono sicuro che Slavkov abbia usato il braccio per segnare. Ma da lì in poi le cose precipitarono e la tensione divenne enorme. Penso che il mio unico grave errore sia stato non espellere subito Mihajlov".

Non mancò l'interpretazione dietrologica del tutto: il regime riteneva ostili l'ambiente e la tifoseria del Levski Spartak, dove si annidavano i fragili germi dell'opposizione, perciò agli uomini di Zhivkov non sembrò vero di poterli colpire duramente, con motivazioni formalmente ineccepibili.

La storia, poi, aggiustò quasi tutto. Nel 1990, a comunismo caduto, il Vitosha tornò Levski e lo Sredets tornò Cska. Anche gli albi d'oro furono corretti: lo scudetto 1985 fu riassegnato al legittimo proprietario Levski, così come quella coppa movimentata venne consegnata postuma al Cska. Mihajlov e altri bulgari poterono emigrare: il portiere nell'89 andò in Portogallo (Belenenses), poi in Francia, Inghilterra e Svizzera, e divenne testimonial di una tecnica anticalvizie provata di persona con successo. Oggi Mihajlov è presidente della federcalcio bulgara.

Hristo Stoichkov, fuoriclasse di caratura assoluta, passando al Barcellona divenne l'ambasciatore di un calcio liberato, che aveva meritata fama di mascolinità, ma sapeva anche sfornare grandi giocatori: tanto che nel 1994 la Bulgaria arrivò clamorosamente quarta al Mondiale americano. Il derby di Sofia, ancora oggi, è uno dei più violenti del continente: nel 1996 i tifosi del Levski fecero piovere sull'arbitro persino una vipera viva, prontamente seccata da un poliziotto a bordocampo prima che potesse farsi giustizia sommaria.

Guarda la sintesi di Cska-Levski del 19 giugno 1985

Guarda un'altra sintesi più ampia

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