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Undici ore per stabilire un vincitore

Il presidente dell'Aston Villa Ellis offre champagne ai giocatori dell'Alvechurch, vincitori del sesto replay

L'unica federazione mondiale che non si sia mai fatta prendere dall'ansia di decretare un vincitore ad ogni costo è quella britannica. Gli inglesi, beati loro, fin dai tempi pionieristici hanno preferito metodi cavallereschi di risoluzione delle parità più ostinate: banditi sorteggi, monetine e a lungo anche i calci di rigore, per più di un secolo il torneo più antico, democratico e prestigioso, la Coppa d'Inghilterra, si è limitato ai supplementari. Se non bastavano, si ripeteva la partita, foss'anche la finalissima più attesa in un calendario intasato. Un vero status symbol, fin dagli albori di un tabellone che dal 1871 mette sullo stesso piano provinciali e big.

Sei partite memorabili. Nel quarto turno preliminare della stagione 1971/72 una sfida record svelò l'insospettabile imperfezione del meccanismo del replay. Per stabilire il vincitore del confronto tra Oxford City e Alvechurch furono necessarie ben sei partite, disputate in soli 17 giorni, quattro delle quali si protrassero fino al 120': la bellezza di undici ore in campo (salvo recupero), un'epopea in piena regola. Tra team dilettantistici, fatti di gente che di giorno lavorava e di sera - quando poteva - si allenava.

L'Oxford City, maglie bianche e blu, nato nel 1889, in bacheca la FA Amateur Cup del 1906, in virtù del blasone recente era stato esentato dai primi tre turni. Il sorteggio gli aveva assegnato l'Alvechurch, fondato nel 1929, colori giallo e nero, giunto fin lì in gran pompa con un cammino tutto in discesa: 4-0 al Moor Green e al Darlaston, 3-0 all'Atherstone Town. Undici gol fatti e nessuno subito per la squadra di punta del Worcestershire. La vincente del barrage sarebbe approdata al tabellone principale, dove avrebbe trovato l'Aldershot, formazione di quarta divisione.

Tutto cominciò sabato 6 novembre 1971 a Lye Meadow, casa dell'Alvechurch dal 1957, dopo che il precedente campo era stato espropriato e venduto a dei palazzinari. Lye Meadow aveva una particolarità: la sagomatura originale, con una pendenza del terreno ben maggiore dello 0,5% tollerato dai regolamenti. Condizioni alle quali gli ospiti di turno dovevano prepararsi e adattarsi: ma non fu quella la causa di ciò che avvenne. L'Oxford non presentò la formazione migliore, poiché aveva diversi elementi acciaccati, e tra i sani Alan Goucher aveva fatto il turno di notte, dormendo appena due ore: perciò il manager John Fisher chiesa ai suoi prudenza e compattezza. I piani saltarono quando Stokes dovette uscire per infortunio e in pochi minuti, nelle more delle cure mediche e del conseguente cambio, Horne e Allner portarono i locali sul 2-0. Finita? Macché: due minuti prima e due minuti dopo l'intervallo McCrea e Metcalfe rimontarono e il 2-2 non si schiodò più.

Conoscersi a memoria. Si andò al replay, martedì 9 novembre 1971 alle 19.30 alla White House di Oxford, sotto gli occhi dell'ex stella del Liverpool Jimmy Melia, allenatore dell'Aldershot, venuto a spiare i prossimi avversari. Il precoce vantaggio dell'Oxford, firmato da Eales, fu impattato da Wells approfittando di un errore del portiere Harris: nemmeno i supplementari risolsero la questione. Fu quindi necessaria una seconda ripetizione: si giocò lunedì 15 novembre, appena 48 ore dopo il normale turno di campionato del sabato, nel quale diversi giocatori delle due compagini erano stati vittime di crampi. Teatro della terza contesa, il City Ground di Birmingham: i manager chiamarono a raccolta i tifosi, ne arrivarono 3.500. L'Alvechurch presentò una formazione più offensiva e l'Oxford irrobustì la mediana: ne scaturì un altro pareggio, un 1-1 combattuto assai, in cui fioccarono le occasioni da gol e i supplementari non diedero un verdetto.

La faccenda cominciava a farsi intrigante e... ingombrante, perché si trattava pur sempre di calciatori per hobby. Mercoledì 17 novembre andò in onda il quarto atto della saga: si giocò al Manor Gorund di Oxford, tana dello United, l'altro club cittadino, alle canoniche 19.30, prezzo del biglietto due penny. Il match program ottimisticamente spiegava che la vincente della partita di quella sera avrebbe affrontato l'Aldershot. Ormai le squadre si conoscevano a memoria, era chiaro che solo un episodio avrebbe rotto l'esasperante equilibrio. Fu uno 0-0 scolpito nella pietra per tutti i nuovi 120 minuti di gara.

Intanto la Football Association, vista l'inedita situazione, cominciava seriamente a considerare l'ipotesi di posticipare la partita secca (forse) del turno seguente, in programma il 24 novembre, con l'Aldershot alla finestra in attesa di sapere la rivale. Si arrivò dunque al quarto replay, fissato per sabato 20 novembre 1971 alle tre del pomeriggio, nella stessa cornice di Manor Ground. "Non importa quanto durerà, ma vinceremo questa serie - disse Fisher ai giornalisti alla vigilia - Non penso ad altre ripetizioni dopo questa". Come non detto: ancora tempi supplementari e ancora reti bianche, con una traversa per parte, sotto il nevischio.

Al Villa Park decide una papera. Lunedì 22 novembre, appena due giorni dopo, le squadre ormai esauste si spostarono al Villa Park di Birmingham, alma mater dell'Aston Villa, per la sesta partita in 17 giorni. Alvechurch in formazione tipo, Oxford senza Morton e Coulton, convocati nella rappresentativa calcistica della forza pubblica, di cui facevano parte. Stokes del City colpì la traversa, la palla rimbalzò nei pressi della linea, nessuno la buttò dentro, si alzarono le braccia come per Hurst nel '66, ma stavolta non c'era un guardalinee russo in soccorso: l'arbitro non diede il gol e fece continuare il gioco. Al minuto 18 arrivò l'episodio rompighiaccio atteso da tutti: una papera del meno stanco, il portiere Harris, che parò un colpo di testa di Hope, ma ricadendo perse il pallone, che gli incocciò nel tallone e rotolò in rete. Mancavano 72 minuti ma l'Oxford non riuscì più a recuperare.

A fine gara in entrambi gli spogliatoi si stappò lo champagne, offerto dal presidente dell'Aston Villa Doug Ellis come premio a chi aveva scritto una piccola grande pagina di storia. "Odio perdere, ma sono fiero di averlo fatto così" disse John Fisher. L'Alvechurch staccò il biglietto per il primo turno di FA Cup dopo 11 ore di gioco: era stato battuto il record di 9 ore e 40 minuti stabilito nel 1924 da Gillingham e Barrow. Alle sei gare della serie avevano assistito circa 12mila persone, assicurando alle esangui casse dei due club consistenti introiti.

La FA non ebbe compassione dell'Alvechurch, costretto a recarsi due giorni dopo sul campo dell'Aldershot, come da calendario originario: orgoglioso ma stremato, perse 4-2. L'Oxford il sabato seguente giocò in campionato a St. Albans e le buscò sode, un 8-0 che entrò negli annali: la squadra rimase per quattro mesi senza vittorie casalinghe, tabù sfatato solo in marzo.

Regole cambiate. Raccontò poi Graham Allner, uno dei sempre presenti di quelle sei sfide in quota Alvechurch: "All'inizio non ci conoscevamo, nelle ultime partite ci salutavamo per nome e chiacchieravamo come vecchi amici. Alcune di quelle partite probabilmente oggi non si giocherebbero per il campo ghiacciato. Alla fine brindammo, ma festeggiammo poco, perché l'indomani tutti dovevamo lavorare. E poi loro dovevano tornare a Oxford e noi due giorni dopo avevamo la partita del turno seguente. Arrivammo ad Aldershot letteralmente sulle ginocchia: non avremmo mai potuto vincere".

Quel primato resterà imbattuto: nel 1991 la Football Association ha cambiato le regole, introducendo i calci di rigore dopo la prima ripetizione. Potere di un calendario sempre più intasato, che non lascia più spazio alla poesia.

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