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Colman, il creatore della panchina

Donald Colman con alcuni giocatori dell'Aberdeen negli anni '30

Donald Colman con alcuni giocatori dell'Aberdeen negli anni '30

La figura dell'allenatore è pressoché coeva alla nascita del football, ma agli esordi si trattava spesso di player-manager che, sia nei club che più tardi nelle nazionali, assommavano diversi ruoli, abbinando non di rado all'attività in campo quella alla scrivania, come dirigenti di società o addirittura federali, e in molti casi persino l'arbitraggio. I pionieri erano multitasking, un po' per divertimento e molto per necessità. 

I primi trainer seguivano le partite come i loro colleghi del cugino rugby: a bordocampo o in tribuna. Del resto il loro apporto concreto agli eventi era ridotto, non essendoci né sostituzioni né particolari risvolti tattici. Si trattava di scegliere gli undici, e il lavoro poteva considerarsi chiuso lì. Erano in sostanza spettatori privilegiati.

Evoluzione e novità. Negli anni '20 del secolo scorso cambiò tutto, poiché da un lato l'avanzare del professionismo portò una rigida separazione e specializzazione dei ruoli, e dall'altro l'evoluzione del gioco - scandita dalle continue limature al regolamento - esigeva soluzioni strategiche tutte da studiare. I tecnici rimanevano uomini di campo, ma non svolgevano più doppi o tripli incarichi, e di solito abbracciavano la carriera di allenatori dopo aver smesso di giocare. Risalgono a quel periodo i primi guru: su tutti sir Herbert Chapman, che nel 1925, alla guida dell'Arsenal, segnò una svolta storica, adattando il modulo dei Gunners al mutato meccanismo del fuorigioco e lanciando pratiche che sarebbero durate molto a lungo.

Rimanevano però seduti sulle prime file degli spalti o a bordocampo, letteralmente circondati dagli spettatori: e se la loro incidenza diretta sulle vicende della partita rimaneva sfumata, acquisivano sempre maggiori visibilità e responsabilità. 

Proprio in quel fecondo periodo fu inventata la panchina, luogo sacro in cui l'allenatore è sovrano assoluto: comanda, dispone, medita, osserva. Il suo giardino di casa, dove esercita carisma, autorità, fascino. Dove, anche, diventa parafulmine se le cose non funzionano a dovere. 

Personaggio picaresco. L'intuizione si deve a un personaggio dal curriculum romanzesco, il cui destino era inciso nell'atto di nascita. Era infatti originario di Renton, sobborgo di Glasgow, sede nell'800 di uno dei club fondatori della lega di lassù. Per giocare a pallone, contro il parere dei genitori, aveva persino cambiato nome: all'anagrafe faceva Donald Cunningham, ma sul campo si era presentato col cognome della nonna, Colman. Era bravo come terzino destro e fece strada, tenendo sempre il... nome d'arte: anche se, mingherlino e gracile, non ebbe subito la fiducia dei tecnici che incrociò nelle varie giovanili in cui provò a mettersi in luce. Firmò il primo contratto da pro tardissimo, a 27 anni col Motherwell, e a 29 passò all'Aberdeen, dove rimase 13 stagioni e si affermò, guadagnando anche una manciata di presenze nella nazionale scozzese.

Giocò fino a 47 anni, trovando anche il modo di combattere la prima guerra mondiale sul fronte francese, chiudendo la parabola al Dumbarton, dove negli ultimi tempi prese pure ad allenare. Aveva infinite risorse e riuscì a lucrare addirittura due contratti professionistici in contemporanea: in inverno si occupava del Dumbarton, in estate prendeva la nave ed emigrava in Norvegia, dove allenava il Brann Bergen. Questo melting pot di esperienze si traduceva in idee tattiche d'avanguardia: a Colman piaceva un calcio propositivo e non speculativo, fatto non già della classica corsa cieca con annessi lanci lunghi, bensì di possesso palla, occupazione degli spazi e ricerca della perfezione stilistica. Insomma, anticipava concetti che sarebbero diventati dominanti.

In particolare ebbe un approccio completamente nuovo alla meccanica del gesto tecnico: fu il primo a studiare convintamente e a correggere certosinamente il lavoro di gambe e piedi dei suoi giocatori, persuaso che la postura e le movenze fossero propedeutiche all'efficacia dell'azione. Aveva ovviamente ragione, ma per quei tempi erano idee stravaganti.

Vista sulle gambe. Colman annotava sui suoi celebri taccuini anche questi dettagli: quando, nell'estate del 1931, il direttivo dell'Aberdeen lo assunse per occuparsi della gestione tecnica della squadra giallonera (solo nel '39 i colori sociali dei Dons virarono all'odierno biancorosso), accanto al manager Paddy Travers che si sorbiva i compiti organizzativi, decise di proporre un'innovazione assoluta ai manutentori del campo domestico di Pittodrie Park. La novità era frutto dell'incastro tra l'esperienza - in Norvegia aveva sperimentato le tettoie, poiché il clima rigido imponeva di stare al riparo - e le già viste passioni.

Chiese loro di ricavargli una specie di trincea a bordocampo, arredata con sedie o panchina, coperta da un tetto antipioggia. Si trattava di scendere dei gradini e guardare la partita al livello del terreno, visuale perfetta per uno studioso dei movimenti degli arti inferiori. D'altra parte, l'ingegnosa collocazione evitava anche qualsivoglia disturbo dalle pur vicine tribune.

La trovata fu chiamata dugout. Non è nota la data esatta in cui siffatta panchina entrò in funzione a Pittodrie Park, ma le prime testimonianze provate sono alcune foto del 1934,  in cui il bunker dell'allenatore fa bella mostra di sé tra il rettangolo di gioco e la tribuna principale, all'altezza del centrocampo. 

La panchina, così concepita, fu copiata da vari stadi - primo fra tutti Goodison Park, casa dell'Everton, che apprezzò il dettaglio in occasione di un'amichevole e lo fece suo - ma rimase sostanzialmente di nicchia (espressione tagliata su misura) fino agli anni '60, quando il graduale avvento delle sostituzioni in tutti i tornei che contano rese indispensabile la creazione di uno spazio a disposizione di staff e riserve. E la conformazione scavata nel terreno fu a lungo esclusiva dei campi britannici e spagnoli. Lo stadio successivo fu l'introduzione dell'area tecnica, intesa come luogo in cui l'allenatore può muoversi e dare disposizioni, codificata nel 1993 dal regolamento Fifa.

Il dopo. Il dugout originale di Pittodrie Park è rimasto inalterato fino a quando, nel 1968, l'impianto dell'Aberdeen è stato ristrutturato. Donald Colman è morto di tubercolosi nel 1942, a 64 anni, e dal 2018 figura tra le leggende della Hall of Fame del club scozzese. La bisnipote Rachel Corsie, classe 1989, è calciatrice professionista negli Usa e capitano della nazionale femminile di Scozia. Pittodrie Park, costruito nel cuore della città nel 1899 e più volte rimaneggiato, ha un altro primato: è stato la prima arena calcistica britannica a dotarsi interamente di posti a sedere. È ancora la tana dell'Aberdeen, ma il club progetta da tempo un nuovo stadio in periferia, a Kingsford.

L'utilità della panchina come posto riservato e confortevole è oggi evidente, ma all'epoca di Colman non c'erano né staff pletorici né rose debordanti. Non c'erano nemmeno i cambi: nelle competizioni per club le sostituzioni sono state introdotte negli anni '60, ma solo in caso di infortuni; la Fifa le ha autorizzate nel 1953 per le gare ufficiali tra rappresentative nazionali, ma ai Mondiali ha atteso il 1970. La prima sostituzione in una partita valida per Mondiali o Europei è stata effettuata nell'intervallo di Cecoslovacchia-Romania 2-0 del 14 giugno 1953, disputata allo Strahov di Praga nell'ambito delle qualificazioni alla Coppa Rimet del 1954 in Svizzera: il romeno Eugen Iordache lasciò la panchina per prendere il posto del connazionale Stefan Filotti.

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