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Gente di calcio

Storie, ministorie e controstorie nelle pieghe della storia del pallone

Algeria, alla favola manca il lieto fine

Pubblicato su 23 Febbraio 2017 da Stefano Affolti

La squadra algerina che stupì tutti al debutto mondiale, in Spagna nel 1982

Il 16 giugno 1982, allo stadio Molinon di Gijon, si consumò una delle maggiori sorprese nella storia dei Mondiali: l'Algeria, al debutto assoluto nella fase finale, batté 2-1 la Germania Ovest, campione d'Europa in carica e tra le principali favorite del torneo. Non era né la prima vittoria africana nella fase finale (Tunisia-Messico 3-1 ad Argentina '78), né la prima volta che i tedeschi soffrivano rivali del continente nero (sempre in Argentina, la Nationalmannschaft aveva fatto 0-0 con la stessa Tunisia). Ma il gioco spumeggiante e la strepitosa condizione fisica degli sconosciuti maghrebini, che meritarono il bottino, stupì il mondo e parve svelare nuovi incredibili scenari in un calcio non ancora globalizzato, liberalizzato e televisivo.

Nella storia. Il risultato di Gijon entrò subito nel Gotha degli sgambetti eccellenti, in cui Rummenigge e compagni si trovarono in buona compagnia nel ruolo dei gabbati. Solo una disgustosa combine tra Germania Ovest e Austria - complice la mancata contemporaneità delle partite decisive, introdotta solo nel 1986 - impedì all'Algeria di diventare la prima squadra africana a superare i gironi: ai biancoverdi non bastò battere pure il Cile. Tornarono a casa schiumando rabbia, condannati dalla differenza reti aggiustata in combutta dai cugini tedescofoni con un 1-0 fin troppo comodo.

L'Algeria si qualificò anche a Messico '86, dove non ebbe altrettanta gloria: un solo punticino, con l'Irlanda del Nord nel gruppo di Brasile e Spagna, e altra immediata eliminazione, stavolta senza recriminazioni. Le Volpi del Deserto chiusero così un ciclo straordinario, che le aveva portate a vincere i Giochi del Mediterraneo (1975) e i Giochi Panafricani (1978), e ad arrivare in finale di Coppa d'Africa nel 1980. La generazione d'oro era incarnata da un simbolo come Rabah Madjer, attaccante di razza purissima: dal 1983 si sarebbe trasferito in Europa e sarebbe entrato nella storia grazie al gol di tacco siglato nella finale di Coppa dei Campioni 1987, vinta dal suo Porto sul Bayern Monaco a Vienna. Un gesto cristallino che gli valse il soprannome Tacco di Allah: ancora oggi nel mondo arabo le giocate di quel genere vengono chiamate semplicemente Madjer.

Il dramma. Ma quell'Algeria miracolosa, derubata al Mundial e accolta in patria dai grandi onori riservati agli eroi, non la raccontava giusta. Dietro alle prestazioni monstre non c'erano solo classe e fame, ma anche dell'altro: il doping. I primi sospetti vennero fuori quasi subito: negli anni '80 e '90 ben otto giocatori di quella comitiva ebbero figli affetti da gravi disabilità fisiche e mentali. Otto su 34, più altri tre di cui si vociferò senza mai trovare conferme ufficiali: un'incidenza sconvolgente, molto superiore alla media, che non poteva essere frutto solo del destino cinico e baro o dell'eventuale arretratezza sanitaria del Paese.

I casi conosciuti riguardano gli sfortunati eredi del portiere Cerbah, dei difensori Larbes e Chaib, del centrocampista Kaci Said, degli attaccanti Belloumi, Menad, Bensaoula e Tlemçani. Solo tre di questi in seguito hanno squarciato il velo d'omertà, gridando la loro rabbia dolorosa e chiamando in causa lo staff medico della nazionale degli anni '80, accusato di essere all'origine di queste tragedie.

Mohamed Kaci Said ha detto della figlia Medina, disabile mentale: "La mia vita è un inferno. Ho spazzato il sospetto di consanguineità tra me e il mia moglie: io sono di origine cabila, mia moglie è di origine turca, quindi non vi è alcuna relazione di parentela tra di noi. Ho pensato in un primo momento che fosse la volontà di Dio, poi...".

Più esplicito Mohamed Chaib, che ha avuto addirittura tre figlie handicappate, una delle quali morta adolescente: "Ho fatto una serie di analisi con mia moglie presso un luminare francese, il professor Menick: mi ha detto che non avevo nulla di grave e che avrei potuto avere dei figli normali. Mi ha chiesto qual fosse il mio mestiere: quando ho spiegato che facevo parte della squadra nazionale algerina, ha ipotizzato che il doping potrebbe essere la causa della disabilità delle mie figlie".

Ma è stato Djamel Menad ad andare fino in fondo: "Ho una figlia che non può vivere senza medicine: ogni giorno soffro con lei. Non sono l'unico di quel gruppo ad aver avuto questi problemi, e non può essere una coincidenza. Ricordo benissimo che dello staff della nazionale faceva parte un medico russo, che ci dava delle pastiglie gialle dalla forma strana: diceva che erano vitamine, noi le prendevamo senza domandare".

Stregoni dall'Est. Negli anni '80 alla guida della selezione algerina si erano avvicendati diversi commissari tecnici, anche stranieri: personaggi discussi e ambigui, soprattutto provenienti dall'Europa orientale, dove il doping di stato era pane quotidiano. La Coppa d'Africa 1980, chiusa al secondo posto, portò la firma di Zdravko Rajkov, jugoslavo giramondo sbarcato ad Algeri dopo un decennio trascorso in Iran. Le qualificazioni al Mundial di Spagna, tra il 1980 e il 1982, e il dopo Messico, tra l'86 e l'88, furono gestiti dal sovietico Evgenj Rogov, uno zingaro del pallone che si era stabilito ad Algeri dopo aver allenato la Repubblica Centrafricana, e in seguito si occupò di squadre di club in Algeria e Marocco.

Furono loro a portare nello staff delle Volpi del Deserto oscuri maneggioni come il medico citato da Menad. Si è ipotizzato che il crocevia del doping dei calciatori algerini fosse l'Istituto di Scienza e Tecnologia dello Sport di Ben Aknoun, nei pressi della capitale, struttura di riferimento per la nazionale in quegli anni agrodolci. Lì, si è saputo poi, operavano come medici, consulenti, docenti e ricercatori molti scienziati provenienti dal blocco sovietico. Sospetti pesanti, che le blande rassicurazioni di uno dei medici dei biancoverdi dell'epoca, in seguito anche presidente del Comitato olimpico algerino, non riescono a dissipare: "Non ci sono mai stati membri stranieri in quella struttura - ha detto Rachid Hanifi - e ai giocatori non abbiamo mai dato droghe, solo vitamina C". Non ebbe effetto la denuncia di un coach di atletica leggera, che, preoccupato delle pratiche osservate, scrisse ai vertici dello sport algerino: non solo non venne ascoltato, ma finì per essere emarginato.

"Solo vitamine". Il nome del più assiduo di quei medici-stregoni alla fine è saltato fuori: si chiama Aleksander "Sacha" Tabarchuk, è originario di Chelyabinsk come Rogov, ha lavorato per l'Istituto di Scienza e Tecnologia dello Sport tra il 1983 e il 1988 ed è stato costantemente nell'entourage della nazionale, anche se non sempre con ruoli ufficiali. Fu proprio lui, con i suoi discussi metodi, a rimettere in sesto l'acciaccato Madjer alla vigilia della magica stagione 1986/87, quando trascinò il Porto sul tetto d'Europa.

"Ho lavorato con la nazionale di calcio per la Coppa del Mondo in Messico e prima saltuariamente come consulente, per preparare tabelle di allenamento e fornire servizi medici - ha detto Tabarchuk nell'unica vera intervista sul tema, rilasciata nel 2011 al sito DZfoot - Mi occupavo soprattutto di raccolta dati, ricerca medica, test. Non ero solo, c'erano altri specialisti sovietici. Per i giocatori ho fatto tutto quanto era necessario, ma non ho mai somministrato doping: solo vitamine e nutrienti olandesi utilizzati per i bambini. In tutto lo sport si usano le vitamine, però bisogna dosarle: loro all'inizio non le volevano, poi hanno visto gli effetti e ne chiedevano tutti i giorni. A una persona comune può bastare una tavoletta energetica, ma gli sportivi di vertice hanno un fabbisogno diverso". Di tutto questo "la federazione e i vertici dello sport algerino erano a conoscenza, poiché finanziavano l'acquisto delle vitamine".

La chiave per capire il contesto viene da uno che quel periodo lo visse in prima linea: Mahjeddine Khajef, più volte ct dell'Algeria tra il 1979 e il 1985. "Dobbiamo stare attenti, perché non vogliamo mettere in discussione i nostri risultati", ha ammonito ogni volta che è stato investito della spinosa questione, invitando di fatto a mettere la polvere sotto il tappeto in nome della patria.

In Algeria sulla terribile vicenda non è mai stato né istruito un processo, né insediata una commissione d'inchiesta. E la Fifa non ha ritenuto di ficcare il naso negli affari interni della federazione algerina. L'impresa di Gijon è costata un prezzo troppo alto.

Guarda l'intera partita Germania Ovest-Algeria del 1982

Guarda una sintesi di Germania Ovest-Algeria del 1982

Guarda un reportage sul calcio algerino degli anni '80

Guarda un docufilm sull'Algeria al Mundial '82: parte 1 e parte 2

Guarda il gol di Madjer al Bayern

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